Oggi è il giorno della sentenza per don Giuseppe Rugolo, il sacerdote ennese di 40 anni accusato di violenza sessuale aggravata su minori. Il processo di primo grado con il rito abbreviato è partito dopo le indagini della squadra mobile di Enna avviate, quattro anni fa, in seguito alla denuncia di una delle vittime: un archeologo oggi 30enne che all’epoca dei fatti era ancora minorenne.
«Comunque vada – ha detto la pubblico ministero Stefania Leonte che aveva già chiesto la condanna a dieci anni per il prete – la giovane vittima oggi ha vinto. Ha vinto il coraggio di questo ragazzo di affrontare l’incubo della sua adolescenza, perché non si è fermato davanti al timore di non essere creduto e al pregiudizio della gente. Perché – ha aggiunto la pm – ha presentato la denuncia per un senso di dovere nei confronti di se stesso e dei suoi coetanei che avevano subito gli stessi abusi e dei tantissimi adolescenti che frequentavano il gruppo sotto l’egida di Rugolo». Dopo la denuncia, nel corso delle indagini, sono emersi presunti abusi a danno di altri giovani.
Il ragazzo è stato denunciato per diffamazione dall’imputato insieme a quattro giornalisti e al presidente di Rete l’Abuso Francesco Zanardi. Nel processo, oltre alla vittima, si sono costituiti parti civili anche i suoi genitori, la Rete l’Abuso e l’associazione Contro Tutte le Violenze. La diocesi di Piazza Armerina e la parrocchia di San Giovanni Battista di Enna sono invece responsabili civili nel processo. «La diocesi ci offrì dei soldi della Caritas in cambio di una clausola di riservatezza e del silenzio di nostro figlio», avevano denunciato i genitori della vittima. Il vescovo Rosario Gisana, quando è stato sentito in procura come persona informata sui fatti, ha sostenuto invece che sarebbero stati i genitori ad avanzare una richiesta economica.
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