Pachino, ricorso contro 41 bis al boss Salvatore Giuliano Legale: «Non sussiste il pericolo di contatti con l’esterno»

Un reclamo al tribunale di Sorveglianza di Roma per chiedere la revoca dell’isolamento dovuto al regime del 41 bis cui è sottoposto Salvatore Giuliano, il boss di Pachino indagato nell’ambito dell’operazione Araba Fenice dello scorso luglio. Il provvedimento del ministero della Giustizia nei confronti del 55enne è stato richiesto dalla procura distrettuale di Catania con il parere positivo della Direzione nazionale antimafia. Scarcerato nel 2013, dopo vent’anni dietro le sbarre, Giuliano è ritenuto al vertice dell’omonimo clan che opera nel territorio a sud del Siracusano, in particolare nel settore ortofrutticolo, riuscendo a condizionare le attività economiche della zona.

Da poco meno di un mese, Giuliano è stato posto in isolamento. Adesso il suo legale, l’avvocato Giuseppe Gurrieri, ha presentato un reclamo. «È tra le mie possibilità entro 20 giorni dall’esecuzione della misura – spiega a MeridioNews – e ho deciso di procedere tenendo conto del fatto che si tratta di una misura molto gravosa emessa nei confronti di un soggetto che non è condannato in via definitiva. Soprattutto – aggiunge – non sussistono le ragioni per un provvedimento di 41 bis nei confronti del mio assistito». Le motivazioni starebbero nel fatto che «non c’è la necessità che vengano impediti i contatti tra il detenuto, che è considerato al vertice dell’organizzazione, e i componenti del gruppo rimasti in libertà. Nel caso di Giuliano – sostiene l’avvocato – questo pericolo non c’è perché non ci sono soggetti all’esterno pronti a eseguire i suoi eventuali ordini». Adesso, si attende che venga fissata l’udienza per la discussione. 

Intanto, il prossimo 25 marzo è fissata l’udienza con giudizio immediato del filone del procedimento che vede imputato Giuliano. Insieme a lui, la scorsa estate sono finite il manette altre 18 persone, fra le quali i tre fratelli Aprile, Giuseppe, Giovanni e ClaudioGiuseppe e Simone Vizzini, rispettivamente padre e figlio, legati a Giuliano anche da rapporti imprenditoriali tramite l’azienda agricola La Fenice. Le accuse rivolte dai magistrati vanno dall’associazione mafiosa alle estorsioni, ma riguardano anche il traffico di droga e la commissione di furti ai danni di abitazioni e imprese del territorio.


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