Scala Turchi, Sciabarrà condannato a multa da 13mila euro L’avvocato: «Pure il giudice afferma che è lui il proprietario»

Il gip del tribunale di Agrigento Stefano Zammuto ha condannato al pagamento di una multa di 13.600 euro Ferdinando Sciabarrà. Il 73enne che sostiene di essere il proprietario della Scala dei Turchi, la scogliera di marna di Realmonte nell’Agrigentino. Oltre alla sospensione condizionale della pena, il giudice per le indagini preliminari ha ordinato di restituire all’imputato il bene che era stato sequestrato il 27 febbraio dello scorso anno. «Dopo avere studiato le carte, il collegio difensivo, deciderà se opporsi al decreto penale di condanna – anticipa a MeridioNews l’avvocato Totò Paolillo, che è uno dei legali che assiste Sciabarrà – Ma il dato fondamentale è che anche il giudice afferma che il proprietario di Scala dei Turchi, a eccezione della parte demaniale, è il mio assistito, tanto che ne ordina la restituzione». 

Una annosa disputa tra pubblico e privato che circa un anno e mezzo fa aveva portato la procura di Agrigento a indagare il pensionato – dopo una prima indagine aperta a carico di ignoti – per occupazione di suolo demaniale, violazioni di beni in materia di sicurezza e tutela ambientale. Sciabarrà era accusato di avere «arbitrariamente occupato una porzione del demanio marittimo, di averne impedito l’uso pubblico e per avere preteso lo sviluppo economico dell’area». Non solo, per il 73enne c’erano anche le accuse di avere «omesso di collocare segnali e ripari in un’area ad alta pericolosità geologica» e anche, in concorso con altri soggetti allo stato non identificati, di avere «deteriorato e danneggiato il sito, provocando un nocumento al patrimonio archeologico, storico e artistico e di non avere impedito il danneggiamento della marna attraverso graffiti e carotaggi».

Del resto, quella di crolli, chiusure e riaperture a Scala dei Turchi è una storia che si ripete ciclicamente. Molte volte, negli ultimi anni, interi pezzi di marna bianca sono venuti giù dal costone costringendo il sindaco a emanare delle ordinanze – sempre difficilmente applicabili – che vietavano l’accesso al sito. 


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