Foto IG Pandetta

Niko Pandetta tra affari con la droga e mediazioni dal carcere: «Vita, le cose si sistemano»

Niko Pandetta parlava dal carcere. Non solo di droni e ricariche telefoniche ma anche di affari legati al mondo delle droga. L’atto d’accusa è contenuto nelle carte dell’operazione Abisso della guardia di finanza. Il cantante neomelodico compare infatti tra gli indagati, insieme ad altre 28 persone, ma è anche tra i destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Pandetta, come emerge dai documenti, è accusato dai magistrati della procura etnea di essere stato «promotore e agevolatore» di un gruppo criminale specializzato nello smercio di cocaina e attivo tra Siracusa e Catania. Al cantante i magistrati contestano anche il fatto di avere agevolato il clan mafioso dei Cappello, capeggiato dallo zio di Pandetta, il boss Turi Cappello, rinchiuso al 41bis ormai dal 1993.

Amicizia e affari: Niko Pandetta e Ninuzzo Vasta

Gli inquirenti arrivano al nome di Pandetta indirettamente, attraverso un’indagine cominciata nei confronti di Stefano Finocchiaro e di Antonino Ninuzzo Vasta. Il primo è il figlio del più noto Orazio Finocchiaro, noto nell’ambiente mafioso catanese con il soprannome di Iattaredda, mentre il secondo oltre a essere nipote dell’ergastolano Francesco Egitto è un vecchio amico del trapper. Un rapporto, quello tra Vasta e Pandetta, che sarebbe proseguito in nome degli affari anche quando il cantante si trovava dietro le sbarre dopo una condanna definitiva a 4 anni e 9 mesi per spaccio.

Nel 2023 gli investigatori intercettano diverse videochiamate tra i due. Pandetta si trova in cella mentre Vasta, diretto a Siracusa in macchina, gli spiega di avere difficoltà nel mettersi in contatto con un certo Johnny Pezzinga, ritenuto orbitante nel clan Santa Panagia di Siracusa. Pandetta rivolgendosi a un detenuto chiedeva di riferire all’uomo che voleva parlargli. «Gli deve dire che devo parlargli e dirgli una cosa – interveniva Vasta in video chiamata – me lo sono dimenticato».

Subito dopo Pandetta illustrava chi fossero i suoi compagni di cella, facendo riferimento a un ragazzo siracusano «che loro conoscono e si è messo a disposizione – spiegava intercettato – è un mostro di ragazzo. Come esco gli apro un’attività di cartongesso, ha preso sette anni ed è da tre anni che è qui». Poco prima Vasta e Pezzinga erano riusciti a mettersi in contatto concordano, secondo l’accusa, una somma di denaro che l’amico di Pandetta avrebbe dovuto incassare per una fornitura a Siracusa. Pochi minuti dopo anche Pandetta veniva aggiornato telefonicamente: «Jo mi ha chiamato, mi ha chiamato», «É stato con me, hanno chiuso le celle ora, ora», gli raccontava Pandetta.

I contatti e le accuse del collaboratore di giustizia

In altre chiamate gli inquirenti fanno riferimento a una narcotrafficante, chiamata Sandra, che Pandetta avrebbe passato all’amico Vasta. Una donna originaria del Sudamerica ma stabilitasi a Napoli. «Ho parlato con quella – diceva Pandetta all’amico – mi ha detto che si era messa a disposizione con te. Ma è bugiarda, vero?». Vasta rispondeva in maniera affermativa: «tutti i napoletani sono uguali, sono degli infamoni. Parla, parla ma che spacchio devono fare». Il momento a quanto pare non era tanto favorevole e Vasta rimpiangeva l’assenza del cantante. «Se c’eri tu a quest’ora mi ero sistemato bene, bene. Avevo sistemato a me, a tutta la mia famiglia e a tutta la tua». Nonostante la detenzione Pandetta non avrebbe perso la speranza: «le cose si sistemano vita».

Tra maggio e agosto 2023 Vasta e Pandetta tornano a telefonarsi. Il problema questa volta, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbero stati alcuni debiti non saldati da un trafficante siracusano. «Sono 5 e 7, vabbè 5 e 5», spiegava Vasta. «Cinque e sette – replicava Pandetta – poi vediamo, me la vedo con lui. Ciao». A descrivere il ruolo di Pandetta in carcere è stato anche il collaboratore di giustizia siracusano Claudio Barone. L’uomo nei suoi verbali riportati nell’ordinanza, ricchi di parte omissate, punta il dito contro il duo Vasta-Pandetta facendo riferimento a un periodo di detenzione nel carcere di Cavadonna proprio nel 2023: «La sostanza veniva fornita al nostro gruppo da tale Nino del clan Cappello di Catania – spiegava Barone – il quale ci contattava tramite Niko Pandetta quando eravamo detenuti insieme a Johnny Pezzinga».


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