La battaglia sul servizio idrico del Catanese: tra ricorsi, commissari e la convenzione miliardaria

Una guerra a colpi di ricorsi e diffide sta agitando il futuro dell’acqua e della gestione del servizio idrico integrato in provincia di Catania. Al centro del braccio di ferro, la SIE – Servizi Idrici Etnei, società pubblico-privata che da quasi vent’anni rivendica il diritto di gestire l’intero servizio idrico integrato del territorio. E i suoi miliardari lavori. Dopo anni di contenziosi, l’equilibrio si è forse definitivamente spezzato nel 2024 con la nomina della commissaria regionale Francesca Spedale all’Assemblea territoriale idrica Catania (Ati). Ente, quest’ultimo, composto dai 58 Comuni della provincia etnea e che si occupa di regolamentare il servizio.

La nomina di Spedale ha di fatto sbloccato la partita, portando all’approvazione di una nuova convenzione – la precedente era stata sottoscritta il 24 dicembre 2005 – che affida alla SIE la gestione del servizio idrico integrato per 29 anni e l’esecuzione o gestione di lavori per una cifra che supera i due miliardi di euro. Una decisione che, però, ha riacceso la ventennale miccia di una disputa legale e politica. Che coinvolge enti locali, autorità di controllo e soggetti privati, aprendo un nuovo capitolo nella lunga battaglia sull’acqua etnea.

La posizione di Federconsumatori e le richieste all’Anticorruzione

Nei giorni scorsi, Federconsumatori ha annunciato di avere inviato una segnalazione su questa vicenda a diversi organi di controllo: dall’Autorità nazionale anticorruzione all’Arera, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente. Un passaggio che, come la stessa associazione sottolinea, si aggiunge ai ricorsi amministrativi fatti dopo la prima convenzione – quella del 2005 – e alla decisione del Tar di Catania. Che, dopo il ricorso dell’Ance, l’associazione nazionale costruttori edili, ha bloccato tutto con una sentenza pubblicata a fine novembre dello scorso anno. Per i giudici, l’attuale convenzione violerebbe «i principi di concorrenza» e imparzialità negli appalti.

Il nodo della contestazione è che i costi previsti per interventi e opere sarebbero saliti a oltre 2 miliardi, contro gli 1,2 miliardi stimati inizialmente. Una sproporzione che il tribunale ritiene possa limitare la concorrenza. Secondo il Tar, inoltre, l’Ati avrebbe dovuto approvare prima un piano d’ambito valido per il periodo 2024-2027. Ossia il documento che definisce come deve essere organizzato, gestito e finanziato il servizio idrico integrato (cioè acquedotto, fognatura e depurazione) all’interno di un determinato territorio. Soltanto dopo, per i giudici, si sarebbe potuto negoziare una nuova convenzione con SIE per il servizio idrico della provincia di Catania.

«L’alternativa che noi avremmo preferito è l’Azienda speciale consortile – spiega a MeridioNews il presidente regionale di Federconsumatori Alfio Maurizio La Rosa -. Un’azienda completamente pubblica, obbligata per legge a perseguire il bene comune e la massima trasparenza. La società mista pubblico-privato, invece (l’attuale SIE, ndr), può comportarsi al pari di un soggetto di diritto privato e, di conseguenza, può preferire il profitto alla qualità del servizio».

La lettera ai sindaci del presidente dell’Ati Catania Fabio Mancuso

Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente dell’AtiI Catania e sindaco di Adrano, Fabio Mancuso. Che ha inviato una lettera ai colleghi primi cittadini in cui afferma: «Non servono eroi dell’acqua, ma amministratori coerenti». Secondo Mancuso, «in queste settimane si è parlato più di emozioni che di norme, più di timori che di fatti». E che «non possiamo riscrivere la storia per convenienza elettorale».
Mancuso ha ribadito, inoltre, come il gestore unico non si sia «ancora organizzato in modo adeguato e che il rischio di non approvare il piano d’ambito e la manovra tariffaria è quello di dare l’alibi perfetto per non agire, perdendo fondi Pnrr e contributi Arera».

La normativa del servizio idrico integrato

Il Servizio idrico integrato prevede una gestione unitaria del ciclo dell’acqua – captazione, distribuzione, fognatura e depurazione – attraverso ambiti territoriali ottimali, oggi chiamati Ati. Ogni Ati deve affidare il servizio, tramite convenzione, a un gestore unico, che sia pubblico, privato o misto. In ogni caso, l’attività di vigilanza è a carico dell’Arera. Con ogni convenzione che stabilisce gli investimenti da realizzare, le tariffe e gli standard di servizio.


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