Foto di Adriano Profeta

l progetti idrici in Sicilia con il Pnrr: occasione a rischio, tra lavori lenti e discontinui

I progetti idrici con fondi Pnnr sono un’occasione storica. Che però potrebbe trasformarsi in un’occasione mancata. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza è stato pensato per colmare i divari nel servizio idrico italiano: ridurre perdite di rete, rafforzare la depurazione e modernizzare le infrastrutture. Eppure, a 2025 inoltrato, l’attuazione mostra ritardi strutturali. Secondo l’ultima analisi di REF Ricerche, solo il 2 per cento degli interventi risulta completato e oltre il 51 per cento si trova ancora in fase di collaudo. Le Regioni e gli enti locali restano i soggetti più in difficoltà, mentre gestori industriali, enti d’ambito e consorzi di bonifica si muovono con più rapidità. Il tempo medio per realizzare un’opera idrica del Pnrr è di quattro anni e mezzo. La fase esecutiva ne assorbe quasi due, ma anche le procedure burocratiche preliminari incidono pesantemente, con una durata media di un anno e cinque mesi.

L’Italia che corre a due velocità

Il quadro territoriale dei progetti idrici con fondi Pnrr conferma un’Italia a due velocità. Il Mezzogiorno riceve il 40 per cento delle risorse (3,2 miliardi di euro), ma registra i maggiori ritardi. Qui la quota di spesa effettiva è ferma al 23,5 per cento contro oltre il 40 per cento di Nord e Centro. Le criticità strutturali sono evidenti. Le perdite di rete arrivano al 49 per cento contro il 33 per cento del Nord-Ovest, mentre le interruzioni di servizio superano le 220 ore annue per utente (meno di un’ora al Nord).

La situazione in Sicilia

La Sicilia rappresenta uno degli esempi più lampanti dei progetti idrici legati al Pnrr. Nella misura dedicata alla riduzione delle perdite nelle reti idriche – che conta 141 progetti in Italia per un totale di 2,6 miliardi di euro – l’Isola è coinvolta con cinque interventi dal valore complessivo di 127,4 milioni di euro. Eppure, i pagamenti si fermano appena all’11 per cento contro il 32 per cento della media nazionale. Tra i progetti siciliani spicca la nuova rete idrica di Palermo, affidata all’Amap. In questo caso, l’ammontare dei pagamenti è fermo allo 0,28 per cento. Seguono i lavori per la razionalizzazione e l’efficientamento della rete di Messina (24 milioni), oltre a una serie di interventi nei Comuni di Caltagirone, Militello Val di Catania, Vizzini, San Cono, San Michele di Ganzaria, Licodia Eubea e Grammichele. A completare il quadro, la riqualificazione delle reti nei Comuni delle Madonie – pagamenti quasi al 40 per cento – e la digitalizzazione delle reti aziendali per monitoraggio e riduzione delle perdite.

Investimenti in infrastrutture idriche primarie

Nella misura dedicata alle infrastrutture idriche primarie, la Sicilia conta ben nove opere. Ponendosi tra i territori con la fetta maggiore di finanziamenti – 343,6 milioni di euro – insieme a Lazio, Lombardia, Toscana e Puglia. Nell’elenco delle opere, spiccano i lavori nella diga di Pozzillo e la realizzazione del nuovo scarico di fondo, per un ammontare di 32,9 milioni di euro. C’è poi l’adeguamento e il rinnovo funzionale del potabilizzazione Jato, nel territorio del Comune di Partinico e gli interventi per il completamento della diga di Pietrarossa per un ammontare di circa 82 milioni di euro. I lavori per quest’opera, iniziata nel 1982 e poi abbandonata diventando uno dei simboli delle incompiute siciliane, al momento, sono al 28 per cento e dovrebbero essere completati entro il primo semestre del 2026.

La governance del servizio idrico

Un altro nodo dei progetti idrici con fondi Pnrr riguarda la governance del servizio, che – come già evidenziato da REF Ricerche – resta incompleta e fragile, al pari di quella del ciclo dei rifiuti. L’ultima relazione di monitoraggio di Arera, aggiornata al primo semestre 2025, conferma un percorso di rafforzamento degli assetti locali estremamente graduale e, talvolta, non scevro da alcuni ripensamenti. Da un lato è proseguito il consolidamento dell’adesione degli enti locali agli enti di governo d’ambito (Ega), superando la situazione critica che nel 2015 riguardava nove regioni. Dall’altro lato il processo di razionalizzazione degli Ambiti territoriali ottimali (Ato) è sostanzialmente fermo, con il numero degli ambiti bloccato a 62. Permangono criticità significative in regioni come Lazio, Calabria e Sicilia, dove la costituzione e l’operatività degli Ega restano al momento problematiche.


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