Foto pagina Facebook Renato Schifani

Regione, il parto del rimpasto della giunta Schifani all’insegna dell’equilibrismo


Alla fine, dopo mesi di attese logoranti, veti incrociati e interim infiniti, il tempo è scaduto e il sipario sul rimpasto è alzato. Renato Schifani ha sciolto la riserva, consegnando alla Sicilia la nuova geografia della giunta regionale. Ma quella che avrebbe dovuto essere la fase due del governo di centrodestra si presenta agli occhi degli osservatori più esperti come un esercizio di equilibrismo purissimo, un parto sofferto che arriva fuori tempo massimo e con una fisionomia che parla più di stabilità politica che di reale rilancio amministrativo.

Il ritorno dell’usato sicuro: il caso Albano

Il dato politico più fragoroso è senza dubbio il rientro di Nuccia Albano. Il suo ritorno all’assessorato della Famiglia, delle Politiche sociali e del Lavoro non è solo un ripristino di competenze (il medico legale è figura stimata per serietà), ma un segnale chiarissimo agli alleati. La DC di Totò Cuffaro, data per espulsa o comunque ai margini dopo le frizioni dei mesi scorsi, rientra formalmente nel cuore del governo. Schifani, che aveva tentato una linea di moralizzazione o comunque di distanziamento tattico, ha dovuto cedere alla legge dei numeri e della coalizione. Come sottolineato dalle opposizioni, Ismaele La Vardera in testa con un sarcasmo che taglia come un rasoio, la DC «esce dalla porta e rientra dalla finestra». Politicamente, è la certificazione che senza lo scudo democristiano, la maggioranza all’Ars rischierebbe l’implosione.

Sanità e Burocrazia: il rimpasto e le scommesse Caruso e Ingala

Se il ritorno della Albano è politica pura, le altre due nomine tentano di mescolare il profilo tecnico a quello della fedeltà territoriale. Marcello Caruso, figura di lungo corso della politica palermitana (già Amia e Sas), prende il timone dell’assessorato alla Salute, succedendo a Daniela Faraoni. È la poltrona più rovente, quella che gestisce la fetta più consistente del bilancio regionale e che, in Sicilia, rappresenta il vero termometro del consenso. Caruso eredita una sanità in affanno, tra liste d’attesa chilometriche e una rete territoriale ancora da ricostruire post-Pnrr. La sua nomina appare come un tentativo di Schifani di mettere un uomo di fiducia operativa in un settore dove non sono più ammessi errori. Dall’altro lato, l’ingresso di Elisa Ingala alla Funzione Pubblica e Autonomie Locali sposta il baricentro verso il nisseno. Commercialista ed ex assessora a Caltanissetta, Ingala porta in dote l’esperienza tecnica di amministratrice giudiziaria. A lei spetterà il compito ingrato di rimettere in moto la macchina burocratica regionale, spesso accusata di essere il vero tappo allo sviluppo dell’isola.

Un rimpasto conservativo?

Nonostante le dichiarazioni di rito del governatore, che parla di giunta al completo per dare «piena attuazione agli impegni assunti», il clima che si respira nei corridoi di Palazzo dei Normanni è di scetticismo. Il rimpasto arriva dopo un vuoto di potere durato dal 10 novembre scorso, quasi sei mesi in cui il presidente ha tenuto per sé deleghe pesantissime. Questo ritardo ha prodotto una stasi che l’opposizione non manca di sottolineare come un danno per i siciliani.

La legislatura è entrata nella sua fase discendente e il rischio è che questi nuovi innesti servano più a blindare i consensi delle singole forze politiche in vista delle prossime scadenze elettorali piuttosto che a imprimere quella svolta amministrativa che la crisi idrica, i rifiuti e le infrastrutture colabrodo richiederebbero con urgenza.

Le reazioni al rimpasto: maggioranza tra tregua e sospetto

Mentre la DC esprime «apprezzamento» e promette responsabilità (un modo elegante per dire che il patto di potere è stato rinnovato), all’interno di Forza Italia e tra i seguaci di Raffaele Lombardo (Mpa) si osserva con attenzione. Anche perché un complimento non si nega a nessuno. Ma non serve, in momento politico come questo, urlarlo ai quattro venti. Il castello di carte poitrebbe essere più fragile del previsto. Anche perchè il rimpasto non sembra aver risolto del tutto i malumori sotterranei. Schifani ha scelto la strada della continuità mascherata da rinnovamento, cercando di accontentare tutti senza scontentare nessuno, o almeno nessuno che conti davvero nell’aula di Sala d’Ercole.

La prova del nove

Il giuramento dei tre nuovi assessori sarà solo il primo passo. La vera sfida per il Schifani-ter (se così vogliamo chiamare questa versione aggiornata della giunta) inizierà il giorno dopo. Con un’opposizione che sente l’odore del sangue e una maggioranza che si tiene insieme per necessità più che per visione, i tre neo-nominati non avranno i classici “cento giorni” di grazia. La Sicilia non può più aspettare i tempi dei partiti politici: il tempo, appunto, è scaduto.


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