Il procuratore De Lucia in commissione Antimafia: tra carceri, armi da guerra e tesori all’estero

Dopo le incendiarie dichiarazioni sulle «carceri non più in mano allo Stato ma alla criminalità», il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia è oggi in audizione in commissione antimafia nazionale. Diversi i temi affrontati: dalle indagini ancora aperte sulla rete e l’eredità di Matteo Messina Denaro alle nuove strategie di Cosa nostra. Senza un vertice, ma con un esercito che punta a essere più forte che mai. Attraverso l’acquisto di armi, anche di ultima generazione. Sfruttando i conflitti mondiali.

Sulle carceri e la credibilità dello Stato

«Poche ore dopo essere entrati in carcere, ai mafiosi viene dato un telefono. Tra il 2025 e metà 2026, solo a Palermo e solo quelli trovati, sono 297 telefoni». Così torna sulla questione, con semplicità, De Lucia. Riportando quello che dovrebbe essere già noto dalle continue indagini e i sequestri. «L’isolamento del 41bis funziona – aggiunge -. Possiamo discutere del numero dei soggetti sottoposti alla misura, ma il vero problema, ora, sono i soggetti che arrivano in carcere senza la qualifica di capi». E quindi maggiore possibilità di comunicare e assicurare messaggi al di fuori. Uno stato di fatto che, tiene a sottolineare il procuratore di Palermo, non vuole essere un attacco alla polizia penitenziaria. Come ha replicato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, venendo smentito dagli stessi sindacati. Un problema, piuttosto, anche di credibilità dello Stato, secondo De Lucia. «Come posso chiedere a un commerciante di denunciare il pizzo – spiega -, se poi dal carcere possono ordinare di danneggiargli l’attività?».

Le indagini sul cerchio di Messina Denaro

Spazio anche a una delle più importanti indagini degli ultimi anni. «In 30 anni di latitanza di Matteo Messina Denaro, si sono succeduti soggetti e ambienti che lo hanno protetto. Grazie anche alle intercettazioni, 18 sono stati arrestati e alcuni condannati in via definitiva», riassume De Lucia. Lasciando intendere che la lista potrebbe non essere esaustiva, considerato il nuovo materiale acquisito dopo la cattura. Ma del boss trapanese rimangono ancora altre tracce. Prima tra tutte: il suo tesoro all’estero. Accumulato da parte di «un soggetto diverso rispetto alla generazione di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano – spiega De Lucia -. Con un approccio, a parte il periodo stragista, molto evoluto nel trattare i rapporti tra l’organizzazione mafiosa e il mondo esterno». E nel gestire le proprie finanze.

Il tesoro estero del boss da far rientrare in Italia

«La sua attenzione è andata all’accumulazione dei capitali e alla redistribuzione nel territorio e altrove – spiega il procuratore di Palermo -. Abbiamo indagini in corso su una quantità di denaro e beni che è, oggettivamente, enorme». E che va oltre i 200 milioni trovati a fine maggio, tra società estere, investimenti e patrimoni nascosti. «Beni riciclati da parte di un pezzo della famiglia mafiosa trapanese – aggiunge De Lucia -. Messina Denaro percepiva il 10 per cento degli investimenti in tutta Europa e in Libano». Una rete ricostruita da inquirenti e magistrati collaborando con sette Stati e altrettante autorità, fino agli arresti e ai sequestri coordinati. Tra cui molte somme detenute anche a Monte Carlo e nel Lichstenstein. «Ora la parte difficile sarà riportare questi beni in Italia – spiega De Lucia – e ci stiamo lavorando». Audizione poi secretata, quando il procuratore è entrato nel merito delle nuove indagini.

Gli altri fronti delle indagini antimafia

Dopo Matteo Messina Denaro, la lista dei grandi latitanti vede un altro nome al primo posto: «Su cui sono attivissime le ricerche: Giovanni Motisi, che non è un capo». Peraltro in una struttura, quella mafiosa, diversa rispetto al passato. «Oggi il vertice non esiste – conferma il procuratore di Palermo -, ma c’è una capacità pericolosa di colloquiare con i mandamenti sul territorio». Non l’unico metodo tradizionale ancora in vita: «Pensano di tornare forti attraverso il loro esercito e, quindi, i soldi che servono a finanziarlo». Tramite uno dei business principali di Cosa nostra: il traffico di droga. «Che avviene in maniera organizzata, con un dialogo con altre organizzazioni criminali – spiega De Lucia -. Come la ‘ndrangheta e la mafia albanese e con chi, dall’altra parte dell’Atlantico, organizza il traffico. Anche se non più monopolista come decenni fa, il brand di Cosa nostra è riconosciuto dai grandi cartelli sudamericani».

Il nuovo arsenale da guerra di Cosa nostra

E proprio quantità e tipologia di armi di cui la mafia si sta dotando sono tra le preoccupazioni principali di De Lucia. «Abbiamo tracce inquietanti dell’uso di AK47 e abbiamo rinvenuto anche ordigni esplosivi ad alto potenziale – spiega -. Tutti provenienti dall’area del Salento ma, pare, di importazione dall’area balcanica. Prodotti della guerra nella ex Jugoslavia di fine anni 90». De Lucia riferisce, però, anche i racconti di alcuni collaboratori di giustizia, secondo cui la mafia starebbe guardando ad armi più sofisticate, in nuovi mercati. Che, oggi, non mancano: a partire dalla guerra russa in Ucraina. «Abbiamo segnale del tentativo di acquisto di droni lanciamine – sottolinea il magistrato -, rispetto ai quali noi non siamo, al momento, preparati a difenderci». In un contesto già abituato a vedere l’uso del kalashnikov come metodo corrente per minacciare i commercianti. Non solo nel capoluogo, sottolinea il procuratore, ma anche ad Agrigento. Dove la mancanza, da tempo, di collaboratori di giustizia, rende complesso ricostruire i nuovi equilibri mafiosi.

A Palermo 21 nuovi magistrati in tre anni

Considerate le complesse indagini in corso nel capoluogo siciliano, il procuratore capo si sofferma anche sulle forze a disposizione. Divise in tre aree territoriali – Palermo, Trapani e Agrigento -, oltre a una struttura specializzata in terrorismo e un’altra per le misure di prevenzione. E lo fa ripartendo dall’ultima audizione in commissione antimafia nazionale, a luglio 2023. Quando aveva rappresentato «l’assenza di 14 sostituti procuratori e il venire meno di quasi tutti i procuratori aggiunti». Da allora, aggiorna il dato De Lucia, «l’organico del mio ufficio è notevolmente incrementato e adesso mancano solo tre sostituti».


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