Enna, il processo al prete per violenza sessuale su minori resta a porte chiuse: «Esigenze di riservatezza»

Il processo di primo grado con rito abbreviato a Giuseppe Rugolo, il sacerdote arrestato il 21 aprile del 2021 con l’accusa di violenza sessuale aggravata a danno di minori dopo la denuncia di una vittima, proseguirà a porte chiuse. Così ha deciso il tribunale di Enna, ritenendo ancora sussistenti le esigenze di riservatezza. Nel corso dell’udienza di ieri è stato conferito l’incarico al perito che procederà alla verifica dell’autenticità di una chat. Si tratta di un dialogo per messaggi tra la vittima e un’amica che è stata acquisita a processo su richiesta della parte civile. Una conversazione – delle tante che fanno parte di questo procedimento – che comproverebbe gli abusi subiti dal giovane archeologo Antonio Messina oggi 28enne che, all’epoca dei fatti, era minorenne.

Il tribunale di Enna, invece, ha rigettato la richiesta avanzata dalla difesa dell’imputato di acquisire i supporti informatici della persona offesa. Il giovane – assistito dall’avvocata Eliana Parasiliti Molica – che, a sua volta, è stato querelato per diffamazione dal prete – difeso dai legali Antonino Lizio e Denis Lovison – che ha denunciato anche tre giornaliste (Pierelisa RizzoManuela Acqua e Federica Tourn) che si sono occupate della vicenda per diffusione di atti procedurali e pure Francesco Zanardi, il presidente di Rete l’Abuso, l’associazione che riunisce le vittime di violenze clericali. La prossima udienza è stata fissata per il 13 dicembre quando è prevista l’audizione del perito informatico e la requisitoria della pm Stefania Leonte.

Di recente era stato Papa Francesco a elogiare il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, titolare della diocesi di don Rugolo, definendolo «un perseguitato». Una dichiarazione che aveva suscitato la reazione anche della vittima: «Questo vescovo è lo stesso intercettato mentre parla con Rugolo e dice di avere insabbiato tutto», sostiene il giovane. All’inizio della vicenda, i genitori della vittima avevano denunciato di avere ricevuto dalla diocesi un’offerta di 25mila euro della Caritas in cambio di una clausola di riservatezza e di silenzio. Il vescovo, invece, ha sempre sostenuto l’esatto contrario: proprio dai genitori del giovane sarebbe arrivata quella richiesta di denaro.


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