La storia del calciatore libico condannato come scafista diventa un libro dal carcere: «Ha creato una lingua magica»

«Ha creato una lingua che gli somiglia nella gentilezza». Lui è Ahmead Ali Farah, per tutti Alaa, il 30enne autore di Perché ero ragazzo. Un libro che ha scritto a mano in stampatello su fogli rimediati all’interno del carcere Ucciardone di Palermo dove, da più di dieci anni, è detenuto – con una condanna a 30 anni -perché accusato di favoreggiamento di ingresso illegale e omicidio plurimo. Per l’accusa è considerato uno degli scafisti di quella che è passata alla cronaca come la strage di Ferragosto. Una traversata dalla Libia all’Italia durante la quale, nell’estate del 2015, sono morte asfissiate nella stiva di un barcone 49 persone delle 313 che erano a bordo. «Lui e gli altri quattro giovani sono stati condannati sulla base di sole tre testimonianze e di un pregiudizio, perché erano gli unici libici a bordo», ribadisce l’avvocata Cinzia Pecoraro che lo assiste anche in questa fase di richiesta di revisione del processo. A conclusione delle motivazioni della sentenza di condanna, i giudici hanno consigliato ad Alaa di chiedere una grazia al presidente della Repubblica. Una opzione che non ha nemmeno preso in considerazione. «Sa di essere innocente e crede troppo nella giustizia. Spera un giorno di riscrivere la sua storia giudiziaria». Intanto ha scritto quella della sua di vita.

Il libro dal titolo Perché ero ragazzo – edito da Sellerio – è stato presentato ieri nella sede dell’associazione antimafia Libera a Roma. «Al suo posto c’era una sedia vuota», racconta a MeridioNews Alessandra Sciurba, docente di Filosofia del diritto che in prigione ha conosciuto Alaa durante un laboratorio di scrittura e che adesso è la curatrice del volume. Un’opera nata dalle 28 lettere che si sono scambiati. A fine mese (nel pomeriggio di lunedì 29 settembre) verrà presentato a Palermo sul sagrato della cattedrale, con l’intervento anche dell’arcivescovo Corrado Lorefice e «siamo ancora in attesa di sapere se verrà accolta dalle autorità competenti la richiesta per concedergli un permesso per partecipare». È la speranza di Sciurba che, una volta alla settimana, per tre anni, ha incontrato Alaa in carcere. «Fin dall’inizio del laboratorio – dice al nostro giornale – ho capito che era una persona con una dignità infinita e uno scrittore con una lingua magica». È durante una pausa estiva dalle attività laboratoriali che la coordinatrice della Clinica legale diritti e migrazioni dell’Università di Palermo riceve una prima lettera dal giovane detenuto. «Lì è stata subito evidente per me la sua capacità narrativa straordinaria e la voglia di mettere ordine nella sua storia per raccontarla».

Così dalla sua cella, con una penna per scrivere su fogli di riciclo, Alaa – che è arrivato che parlava solo in arabo e l’italiano lo ha imparato in carcere – ha iniziato la stesura «di quello che sembrava un enorme flusso di coscienza», analizza Sciurba che si è limitata a mettere la punteggiatura senza nemmeno correggere gli errori. «Ma perché non li si può considerare tali: lui non fa errori, lui crea neologismi e ha spasmato una lingua che gli somiglia nella gentilezza». Pagina dopo pagina, Alaa racconta la storia di un ragazzo nato a Bengasi nel 1995 che a vent’anni è una promessa del calcio libico e uno studente di Ingegneria. Una vita, quasi perfetta, distrutta dalla devastazione della guerra civile in Libia senza possibilità di scappare in modo legale, nemmeno per chi le possibilità economiche per farlo le avrebbe. «Ottenere un visto è impossibile, tutte le strade sono chiuse, i canali umanitari non esistono – ricostruisce Sciurba – Si può solo attraversare il mare e, per farlo, si è costretti a mettersi nelle mani dei trafficanti, quelli veri». Invece, è Alaa Faraj a finire accusato di essere uno degli scafisti. «È innocente – afferma – Lui ha accettato il ruolo di detenuto ma non quello di criminale».

In carcere ha ricominciato la sua vita da zero: ha preso la licenza delle scuole medie inferiori, poi il diploma del liceo artistico e adesso è iscritto all’università alla facoltà di Scienze politiche. In questi dieci anni, non aveva mai voluto che i suoi familiari venissero a trovarlo «e, quando loro hanno provato a insistere, ha persino minacciato di farsi del male». Quando il libro ha cominciato a prendere forma, però, li ha finalmente accolti e riabbracciati perché «come ha detto lui stesso “Sono venuti a trovare non il figlio detenuto, ma il figlio scrittore“». Di in un libro in cui «ha messo – sottolinea Sciurba – tutta la sua intelligenza e tutta la sua gentilezza». Racconta cose terribili senza mai usare toni esasperati, ma con un linguaggio naturalmente delicato e, qualche volta, perfino ironico. «Niente viene taciuto, ma tutto viene detto in un modo così nudo – analizza la curatrice – che, piano piano, fa scivolare nell’assurdità di questa storia di ingiustizia e resistenza». È lo stesso Alaa a ripercorrerla con uno sguardo che da sbigottito, si fa sempre più consapevole. «La cosa incredibile è che lui, nonostante soffra molto soprattutto per quelle vittime rimaste senza verità e giustizia, resta pieno di fiducia nella giustizia – aggiunge Sciurba – continua a credere profondamente negli esseri umani e perfino a sognare. Da innamorato dell’arte rinascimentale, perché è quella che più di tutte mette al centro gli esseri umani, sogna – conclude – di potere un giorno camminare tra le vie di Firenze». Il fine pena è previsto nel 2045.


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