Foto dai profili Facebook di La Russa e Musumeci

Il centrodestra siciliano gioca a «metti e togli» con Schifani

A Palazzo d’Orléans continua l’infinita rappresentazione teatrale del centrodestra, dove la politica non è più l’arte del possibile, ma quella dell’effetto serra: temperature altissime, sbalzi improvvisi e un microclima di costante incertezza. Il tema su cui si consuma lo scontro è il futuro di Renato Schifani e l’ipotesi del suo secondo mandato alla presidenza della Regione Siciliana.

Nel giro di appena quattro giorni, Fratelli d’Italia ha messo in scena la dottrina del “metti Schifani, togli Schifani“. Da un lato l’ex governatore e oggi ministro della Protezione Civile, Nello Musumeci; dall’altro il presidente del Senato ed eterno padre nobile della destra italiana, Ignazio La Russa. Due volti storici della stessa fiamma che, sulla Sicilia, pronunciano tesi opposte.

La versione di Musumeci: la regola dell’uscente è morta

Solo quarantotto ore fa, le dichiarazioni del ministro Musumeci suonavano come un avviso di sfratto anticipato. «In Sicilia la regola dell’uscente non esiste più e invocarla è una bestemmia», ha scandito l’ex governatore, ricordando con l’amarezza di chi si sente ancora credito di una rivincita il suo passo di lato del 2022. La tesi del ministro è di una chiarezza disarmante: se la regola di riconfermare chi occupa la poltrona è stata stracciata per lui, vale per tutti. È stata smentita in Molise e affondata in Sardegna. Dunque Forza Italia non può dare per scontata la ricandidatura automatica di Schifani. Musumeci rivendica per Fratelli d’Italia il diritto di fare le carte alla coalizione e, magari, di prenotare il ticket per Palazzo d’Orléans, ricordando che il partito di Giorgia Meloni è l’unico attualmente svantaggiato nel bilancino dei governatori regionali.

La versione di La Russa: Schifani è il candidato naturale

Passano quarantotto ore e, dal palcoscenico dell’EtnaForum nel catanese, La Russa capovolge completamente la narrazione. «Schifani è un ottimo presidente della Regione. La regola è che un buon presidente sia il candidato della volta successiva», dichiara la seconda carica dello Stato senza esitazione. È il cortocircuito perfetto: per Musumeci invocare la riconferma dell’uscente è una bestemmia, per La Russa è semplicemente la normalità politica. Proprio La Russa, che nel 2022 fu tessitore dell’operazione Schifani per sbloccare lo stallo causato dal veto su Musumeci, oggi blinda il governatore in carica e restituisce a Forza Italia e al centrodestra una parvenza di continuità temporanea.

Tra dispetti di partito e partite romane

Non si tratta di una banale svista comunicativa tra due esponenti dello stesso partito. La distanza tra le parole di Musumeci e quelle di La Russa misura la febbre geopolitica del centrodestra, sospeso tra il piano regionale e i tavoli romani. Musumeci continua a regolare i conti con la memoria del 2022, rivendicando che il trattamento riservato a lui diventi l’alfabeto di tutta la coalizione. Dal canto suo il presidente del Senato guarda agli equilibri complessivi del governo nazionale, cercando di evitare strappi traumatici con Forza Italia prima del tempo. Nel mezzo resta Schifani, costretto a muoversi in un campo minato dove i compagni di viaggio un giorno gli offrono la riconferma e quello dopo gli ricordano che la poltrona non è proprietà privata. La trattativa per le Regionali in Sicilia si annuncia lunghissima. Tra un togli e un metti, la vera domanda è chi terrà in mano il pallottoliere quando la decisione tornerà a Roma.


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