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Lo studio sulle balene e i delfini spiaggiati in Sicilia
«Più morti nei distretti dove operano pescherecci»

Un dossier realizzato da ricercatori di Ispra e del ministero dell’Ambiente certifica il collegamento tra le morti dei cetacei e l'uso delle reti a strascico nei mari attorno all'Isola. Anche se negli ultimi anni, spiego uno dei ricercatori, «sia la capacità di pesca che gli spiaggiamenti sono diminuiti»

Andrea Castorina

Lo spiaggiamento dei cetacei che ogni anno trovano la morte arenandosi lungo le coste siciliane è dovuto a cause naturali solo in minima parte. Nella maggioranza dei casi, infatti, a provocare il decesso di delfini e balenottere sono gli strumenti che l'uomo utilizza nella pesca industriale. Le reti causano mutilazioni o gravi ferite ai mammiferi marini che popolano le nostre acque, condannandoli alla morte.

È quanto emerge da uno studio realizzato da ricercatori di Ispra e del Ministero dell’Ambiente e finanziato dalla Regione per l'Osservatorio della Biodiversità. La ricerca ha infatti individuato la correlazione tra pesca intensiva e spiaggiamento dei cetacei. In particolare, sono stati monitorate otto specie: dai delfini Stenella e Torsiope alla balenottera azzurra che sverna nei mari siciliani.

«Serviva un indicatore a livello europeo - spiega Roberto Crosti, uno degli autori della ricerca - per associare agli spiaggiamenti dei cetacei la minaccia della pesca industriale. La flotta siciliana, infatti, è la più grande in Italia e utilizza principalmente reti a strascico, a circuizione e palangari. Si tratta di strumenti pericolosi per i cetacei che, attirati dai pesci intrappolati, rimangono feriti o mutilati fino a morire. Abbiamo dunque preso in esame 48 distretti siciliani, soffermandoci ad analizzare le aree che contano una maggiore presenza della pesca industriale. Successivamente abbiamo confrontato i dati sugli spiaggiamenti degli ultimi 18 anni, scoprendo che le morti erano più numerose in prossimità delle marinerie dove operano i pescherecci».

Ma il trend risulta in diminuzione. «Dal 1995 al 2012 - precisa Crosti - la capacità di pesca in Sicilia è nettamente in calo e contemporaneamente abbiamo registrato una diminuzione di cetacei spiaggiati. Un dato che evidenzia la bontà della nostra tesi. Purtroppo non sono state ancora individuate alternative valide a salvaguardare l'economia di una regione senza danneggiare l'ecosistema. È noto, infatti, che la pesca intensiva distrugge la biodiversità dei nostri mari, sarebbe forse opportuno prendere esempio dalla Cina che negli ultimi anni ha creato due enormi riserve naturali rigidamente controllate».

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