Mentre Palermo accelera sugli sgomberi, all’ex Salvemini restano famiglie con gravi fragilità, malati e persone senza alternative. La vera sfida è distinguere chi sfrutta l’illegalità da chi vive un’emergenza abitativa che le istituzioni non sono ancora riuscite a risolvere. In questo contesto a Palermo è necessario operare una distinzione netta sulle tipologie di persone che […]
Ex Salvemini
Sgombero dell’ex Salvemini di Palermo: le ultime famiglie chiedono tempo
Mentre Palermo accelera sugli sgomberi, all’ex Salvemini restano famiglie con gravi fragilità, malati e persone senza alternative. La vera sfida è distinguere chi sfrutta l’illegalità da chi vive un’emergenza abitativa che le istituzioni non sono ancora riuscite a risolvere. In questo contesto a Palermo è necessario operare una distinzione netta sulle tipologie di persone che occupano le case. Ci sono i malavitosi, che vogliono continuare a mantenere un controllo fisico in determinate zone. Gli ideologizzati, convinti che sia corretto occupare abusivamente e i poveri che sono costretti ad occupare una casa per non finire in strada. Questi ultimi e i soggetti fragili – o con patologie – compiono tali gesti perché non hanno altri luoghi in cui andare e spesso si vedono abbandonati dalle stesse istituzioni che dovrebbero aiutarli ad affrancarsi dalla propria situazione di disagio.
Il complesso scolastico dell’ex Salvemini è uno dei più grossi che nel tempo è stato occupato in città, insieme al Palazzo di Ferro, per cui però è stata trovata un’altra soluzione. In quest’ultimo, infatti, sono stati sgomberati i malavitosi e denunciati tutti coloro che hanno occupato lo stabile, a parte qualche caso di chiarissima povertà assoluta.
All’ex Salvemini chiedono tempo
Anche all’ex Salvemini sono stati sgomberati immediatamente tutti quelli che non hanno alcun diritto ad un alloggio popolare. Ad altri, invece, sono state offerte delle abitazioni già liberate, in base allo scorrimento delle graduatorie. Alcuni sono beni confiscati alla mafia che hanno creato delle situazioni di disagio, con gli assegnatari degli alloggi minacciati dai mafiosi. «Abbiamo comunicato al prefetto di Palermo tutta la situazione e abbiamo chiesto una riassegnazione perché abbiamo paura a trasferirci lì – spiegano a Meridionews Maddalena e Salvina -. Ancora però non abbiamo ricevuto alcuna risposta, quindi siamo ancora dentro l’ex Salvemini e non sappiamo cosa dobbiamo fare».
Secondo indiscrezioni, lo sgombero di tutto il palazzo potrebbe essere fissato nei prossimi giorni e tra le ultime famiglie rimaste crescono l’ansia e la preoccupazione. «A me hanno diviso la famiglia. Mio marito è in dormitorio e hanno proposto la casa famiglia per me e mia figlia – dichiara la signora Biasiucci -. Ma io non sono d’accordo, quindi, ho trovato una casa da affittare a poco prezzo ma ci sono dei lavori da fare e pure gli allacci di luce e acqua. Ho bisogno di qualche giorno in più per sistemarmi».
Altre due famiglie ancora occupanti del Salvemini hanno dei componenti con gravi malattie: un soggetto affetto da leucemia e una dializzata. Anche qui, però, la soluzione proposta è la struttura sanitaria per il malato e la casa famiglia o il dormitorio per gli altri. «Il diritto alla casa ancora una volta viene utilizzato come specchietto per le allodole. Non è così che si gestisce veramente l’emergenza abitativa, creandone un’altra sommersa» ha sottolineato Tony Pellicane, dell’associazione A.Si.Da. 12 luglio.
La drammatica situazione di Palermo
La sentenza 28 del 2024 della Corte Costituzionale è intervenuta con fermezza sul tema della occupazioni abusive, ribadendo che si tratta di una condotta illegale che non può trovare alcuna giustificazione nel diritto alla casa. Tuttavia è bene valutare anche il contesto in cui tutto ciò avviene. Quella di Palermo è una situazione emblematica, non sempre frutto delle scelte del singolo cittadino.
Con il Sacco di Palermo, infatti, sono nati degli interi quartieri – ghetto con la costruzione di numerosissimi alloggi popolari. Tra gli anni ‘60 e ‘80 sono stati costruiti dei complessi popolari come lo Zen, lo Zen 2, Borgo Nuovo, il Cep, Bandita, Falsomiele e Bonagia. Essendo gestite dalla mafia molte di queste case non sono andate alle persone realmente bisognose di un alloggio popolare. Con la conseguenza che la lista dei beneficiari si è allungata a dismisura fino ai giorni nostri. Ciò anche perché dopo le costruzioni di quegli alloggi popolari, nessun altro complesso è stato realizzato a tal fine, nonostante i numeri lo richiedano. Negli ultimi anni, su spinta del governo Meloni, anche Palermo è stata chiamata a regolarizzare la situazione dell’emergenza abitativa e delle occupazioni abusive.
Attività che l’amministrazione comunale, guidata da Roberto Lagalla, sta portando avanti con determinazione, tanto da rendere necessaria l’assegnazione della scorta a Fabrizio Ferrandelli, assessore comunale all’emergenza abitativa. Ma è giusto precisare che la situazione di disagio abitativo odierno, non è stato certo creato dai cittadini, che si trovano a subire il disastro creato da Cosa Nostra, con la complicità di alcuni apparati istituzionali dell’epoca.
Le ultime famiglie dell’ex Salvemini
D’altro canto, sempre la Corte Costituzionale era già intervenuta nel 1986 con la sentenza 108 stabilendo che l’abitazione è un diritto inviolabile legato alla dignità umana. Per questo motivo le istituzioni devono garantire il diritto ad una casa a coloro che non possono permetterselo. Come si declina tutto ciò il relazione agli sgomberi attuati dal governo Meloni?
A Palermo, in maniera molto lineare, cioè liberando immediatamente gli alloggi occupati da malavitosi o da coloro che per convinzione ideologica non vogliono pagare per abitare una casa, anche se potrebbero tranquillamente permetterselo. Successivamente questi alloggi recuperati e i beni confiscati alla mafia vengono riassegnati ai legittimi beneficiari.
In gioco entra anche Mimma Calabrò, assessora comunale ai Servizi Sociali, che concorre a valutare le situazioni familiari per aggiornare le graduatorie dell’emergenza abitativa. È chiaro, però, che questi alloggi recuperati, seppure con sforzo e determinazione, non bastano per soddisfare le richieste in essere. Motivo per cui si ricorre ad una pratica contestata dalla giurisprudenza, ovvero la separazione dei nuclei familiari anche in contesti sereni. Ciò a difesa dei minori, senza contare che queste non soluzioni vanno a gravare sulle casse pubbliche.