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Sanità, la beffa delle liste d’attesa: milioni spesi e tempi sempre più lunghi

C’era una volta la «priorità assoluta» del governo regionale siciliano: abbattere le liste d’attesa, restituire dignità ai malati, efficientare una macchina burocratica ormai sclerotizzata. Oggi, a quasi quattro anni di distanza da quei proclami, il sipario si alza su una realtà che non è solo fallimentare, ma assume i contorni di una vera e propria beffa sociale.

A certificarlo non sono le opposizioni o le fisiologiche lamentele dei cittadini esasperati, ma l’Agenas (l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali), l’organo terzo e indiscutibile che verifica lo stato di salute della sanità italiana. I dati inchiodano la Sicilia in coda alle classifiche nazionali per i tempi d’attesa legati agli esami diagnostici. Peggio ancora: la curva non è statica. Tra il 2025 e il 2026, il trend siciliano mostra un netto e preoccupante peggioramento. I piani cartacei aumentano, i soldi pubblici scorrono a fiumi, ma i giorni d’attesa per una tac, una risonanza o una mammografia si allungano.

Il valzer delle poltrone: tre assessori in meno di quattro anni

Come si è arrivati a questo punto? Il fallimento gestionale ha una precisa traduzione politica e si riflette nella totale instabilità della governance. La delega alla Salute in Sicilia sembra una sedia elettrica, o forse un gioco a scaricabarile. All’inizio della legislatura, Schifani scelse come figura tecnica e competente la manager Giovanna Volo, spendendo parole di assoluta fiducia. La sua parabola tuttavia si è conclusa a gennaio 2025, tra polemiche e immobilismo. Ma la giostra non si è fermata lì. Prima l’incarico a Daniela Faraoni e poi, nell’aprile del 2026, a soli tre anni e mezzo dall’insediamento del governo, è arrivato Marcello Caruso come terzo assessore della legislatura. Questa schizofrenia politica produce un effetto devastante: paralizzare la catena di comando e i dipartimenti delle Asp regionali, lasciati orfani di una programmazione a lungo termine.

Il paradosso dei soldi: milioni ai privati, zero risultati per i cittadini

Il fallimento siciliano fa ancora più rabbia se si guarda alla contabilità. Non è una crisi di risorse, è una crisi di idee e di capacità realizzativa. La Regione Siciliana ha messo sul tavolo fior fior di quattrini. Una recente manovrina finanziaria ha annunciato uno stanziamento monstre di 66 milioni di euro nel triennio.

A questi si aggiungono i costanti travasi di denaro pubblico verso il privato accreditato. La cronologia delle delibere è un bollettino di guerra economica: prima 8,6 milioni di euro aggiuntivi alle Asp per saldare le prestazioni effettuate dalle case di cura private poi, a dicembre, un altro annuncio da 15,8 milioni di euro destinati sempre ai privati accreditati per la medesima causale.

Il bilancio? I privati incassano, la sanità pubblica si impoverisce e il cittadino siciliano continua a chiamare il Cup (Centro unico di prenotazione) sentendosi rispondere che «non c’è posto prima di dodici mesi», oppure che «le agende sono chiuse», pratica peraltro ampiamente illegale ma capillarmente diffusa.

La tecnologia come foglia di fico: dai Big Data agli scandali reali

Quando la politica non sa che pesci prendere, si rifugia nella retorica dell’innovazione futuristica. Negli anni passati i pilastri dei vari piani regionali prevedevano la condivisione informatizzata delle liste, l’uso di software ad hoc e una riorganizzazione strutturale su tre livelli. Nel 2025 si è arrivati persino a teorizzare la salvezza miracolosa attraverso l’integrazione tra intelligenza artificiale, big data e competenze cliniche.

Proprio nel pieno di questa narrazione tecnologica, è esploso il clamoroso scandalo dei referti in ritardo all’Asp di Trapani, una vicenda sintomatica di come la Sanità dell’isola non riesca a gestire nemmeno l’ordinaria amministrazione, figuriamoci gli algoritmi predittivi.

La minaccia fantasma del licenziamento dei manager

Un altro grande cavallo di battaglia del governatore Renato Schifani era la meritocrazia punitiva: «Chi non abbatte le liste d’attesa va a casa». La decadenza automatica dei manager sanitari (estesa poi a settembre anche ai direttori sanitari e amministrativi) è stata sbandierata per mesi come la clava con cui il governo avrebbe costretto i direttori generali all’efficienza.

Anche qui, tanta scena e pochissima sostanza. Le ispezioni, come quella inviata in pompa magna all’Asp di Agrigento nel novembre del 2024, sono scivolate via senza reali conseguenze o rimozioni eccellenti. Molti dei manager designati e blindati dalla spartizione partitica della maggioranza sono ancora saldamente al loro posto. La sensazione diffusa è che le poltrone della sanità rispondano alle logiche del bilancino politico della coalizione di centrodestra piuttosto che ai report dell’Agenas.

Una polveriera politica: persino la maggioranza attacca

Che la situazione sia ormai indifendibile lo dimostra il fatto che il fuoco, adesso, è anche amico. La sanità e le liste d’attesa interminabili sono diventate il terreno di scontro ideale per i posizionamenti interni alla stessa maggioranza che sostiene Schifani. Esponenti di primo piano della coalizione non usano più il guanto di velluto. Di recente, il deputato regionale della Lega, Vincenzo Figuccia, ha parlato apertamente di liste d’attesa interminabili, certificando lo scontento che serpeggia nei territori.

La sanità in Sicilia rappresenta oltre l’80 per cento del bilancio regionale. Gestirla in questo modo non è solo un problema economico ma una colpa morale nei confronti di chi, non potendosi permettere la visita a pagamento nella clinica privata dietro l’angolo, rinuncia a curarsi.


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