La maggioranza di Schifani litiga ancora: non piace la riforma per le poltrone dei dirigenti


Una maggioranza, quella del governo della Sicilia, tanto numerosa sulla carta quanto politicamente inconsistente nei fatti. Gli ultimi clamorosi episodi si sono consumati in prima commissione Affari istituzionali, ma ormai se n’è perso il conto. Eppure c’è una novità: il governo guidato da Renato Schifani non ha la forza politica di governare le sue stesse truppe, nemmeno quando il voto avviene in forma palese. E il motivo non è poi così oscuro: una riforma che non piace a chi gestisce le poltrone dirigenziali.

L’ultimo atto: il Defr bocciato

La bocciatura di qualche giorno fa del parere sul Documento di economia e finanza regionale (Defr) 2027-2029 va ben oltre il passaggio tecnico. È stato un vero e proprio agguato parlamentare, orchestrato nei confronti di una compagine governativa che continua a procedere a tentoni. Incapace persino di garantire il numero legale sui propri atti programmatici più rilevanti. La bocciatura del Defr, però, è stata piuttosto una esplicita minaccia per fermare il secondo e ben più scottante punto all’ordine del giorno: la controversa riforma della dirigenza regionale.

Il vero obiettivo: la riforma dei dirigenti

Quando il malumore dei burocrati incrocia le rivendicazioni dei singoli gruppi di governo, il risultato è garantito: la maggioranza si scioglie come neve al sole. In questo caso, il panico è scatenato dal disegno di legge sulla dirigenza. Che vorrebbe imporre una selezione concorsuale per il 50 per cento degli attuali direttori generali al fine di accedere alla prima fascia. E così, piuttosto che affrontare una discussione trasparente, i franchi tiratori – stavolta alla luce del sole – hanno preferito affossare il documento contabile per mandare un messaggio: la riforma va rinviata.

Il secondo round e il dissidente interno

A riprova del pomo della discordia, c’è il putiferio scoppiato ieri sempre in commissione e proprio sulla riforma. Ad aprire le ostilità palesi è stato Marco Intravaia, tra i giovani leoni di Forza Italia, che si è schierato contro gli emendamenti proposti dal diretto ufficio di Schifani. A cascata, le opposizioni hanno lasciato il tavolo, dove sedeva anche l’assessora alla Funzione pubblica Elisa Ingala. Oltre che il segretario generale della Regione Ignazio Tozzo e la dirigente generale della Funzione pubblica Salvatrice Rizzo, da cui partivano le perplessità. Oggetto del contendere è l’idea di un elenco bloccato di 33 direttori generali, che conquisterebbero la poltrona per sempre. Nonostante i requisiti previsti invece dalla legge nazionale. «Una norma pensata per pochi eletti e per salvaguardare una casta. Mentre la Sicilia ha bisogno di principi meritocratici subito», le parole da cortocircuito del deputato di maggioranza, compagno di partito del governatore.

Il regolamento di conti in corso

A lasciare sconcertati è il metodo e la consuetudine con cui l’esecutivo finisce sistematicamente sotto. Ormai senza neanche l’alibi del voto segreto e di episodiche infedeltà. All’Ars, diventata un mercato, ogni passaggio parlamentare è dunque l’occasione per fare pressione sull’assessorato di turno, sbandierare un veto o pareggiare i conti all’interno delle faide di partito. A cui il presidente della Regione Schifani assiste da spettatore, alternando dichiarazioni rassicuranti sulla presunta tenuta della coalizione a goffi tentativi di mediazione. Che finiscono solo per indebolire ancora l’autorevolezza del suo mandato. E far restare impantanate le riforme strutturali, come quella sulla dirigenza.


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