È morto all’età di 87 anni Nitto Santapaola. Il boss mafioso che per decenni ha guidato la famiglia di Cosa nostra a Catania. Santapaola era detenuto al 41bis nel carcere di Opera a Milano. Nato da una famiglia di estrazione popolare in una vecchia casa di via Salvatore Di Giacomo, nel quartiere San Cristoforo, Santapaola […]
Morto Nitto Santapaola: la vita a San Cristoforo, le lezioni di dressage e la scalata mafiosa
È morto all’età di 87 anni Nitto Santapaola. Il boss mafioso che per decenni ha guidato la famiglia di Cosa nostra a Catania. Santapaola era detenuto al 41bis nel carcere di Opera a Milano. Nato da una famiglia di estrazione popolare in una vecchia casa di via Salvatore Di Giacomo, nel quartiere San Cristoforo, Santapaola da giovane frequentava i Salesiani e la chiesa della Madonna delle Salette. Prima di diventare il boss più potente e famoso di Catania ha svolto i lavori più svariati: dal tipografo al venditore ambulante di scarpe. In una lettera, pubblicata in passato da MeridioNews, sosteneva pure di avere avuto la vocazione a farsi prete. Santapaola ha preso pure lezioni di dressage, tutte le domeniche al boschetto della Playa, con ghette, frustino e stivali. Un passo alla volta, fino a diventare il padrone di mezza città.
Proprietario dei giochi acquatici estivi, ma anche figura di riferimento delle concessionarie di automobili. In mezzo, pure la gestione di un bar accanto alla Rinascente, con tanto di strada chiusa al traffico per gentile concessione del Comune di Catania. Sposato con Carmela Minniti, uccisa da un killer travestito da poliziotto l’1 settembre 1995, Santapaola lascia tre figli: Vincenzo, Francesco e Cosima Santapaola. Tra le parentele più note c’è quella con il boss Pippo Ercolano, morto nel 2012 a 76 anni. Ercolano, sposato con Grazia Santapaola, sorella del boss Nitto, era il padre di Aldo Ercolano, altro nome di spicco della mafia etnea.
I primi passi nel mondo criminale
Santapaola viene arrestato per la prima volta nel 1961 per un furto con un magro bottino. All’epoca aveva appena 23 anni. Nel 1962 il battesimo criminale, con la prima denuncia per associazione a delinquere. Nel 1970, nei suoi confronti viene disposto il soggiorno obbligato e nel 1975 viene denunciato per contrabbando di sigarette. Il 30 agosto 1980 viene fermato dai carabinieri dopo l’assassino del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, ma si difende raccontando di essere rientrato da una battuta di caccia. Nella riserva del cavaliere del Lavoro Gaetano Graci in contrada Orgofosso, provincia di Enna. Così, viene rilasciato. Una delle prime condanne definitive di Santapaola risale al novembre del 1986, per una rapina da un miliardo compiuta nel 1983 alle Poste centrali di Catania. Qualche anno prima – 1982 – venne spiccato un ordine di cattura per Santapaola per la strage di via Carini. Iniziava ufficialmente la sua lunga latitanza.
L’ingresso in Cosa nostra e la gavetta con Calderone
Santapaola inizia il suo percorso mafioso da autista del primo boss della città, Giuseppe Calderone, capo della famiglia di Catania dagli anni ’60 fino alla sua morte nel 1978. Al suo fianco Santapaola cresce, fino a diventarne l’assassino e il successore in un percorso che però lo ha visto protagonista, fianco a fianco, ai potenti della città. Alcune fotografie acquisite agli atti del primo maxi processo a Cosa nostra istruito dal pool di Palermo, lo ritraggono in banchetti con i più influenti politici locali: l’ex sindaco Salvatore Coco (poi travolto dagli scandali edilizi) e insieme l’ex assessore regionale del Psdi Salvatore Lo Turco. Quest’ultimo, con il giudice Giovanni Falcone, si giustificò così: «Lo frequentavano tutti. A me sembrava una persona perbene».
Una foto storica – datata 12 maggio 1982 – è quella relativa al taglio del nastro della concessionaria Renault del boss. Insieme a Santapaola, posano il prefetto di Catania e il questore di allora. Altra foto è quella per l’inaugurazione della Renò Sicilia, la sua seconda concessionaria di automobili a Catania. Presenti la moglie Carmela Minniti, l’arcivescovo, il prefetto Francesco Abatelli e il questore Agostino Conigliaro. Il giorno dopo l’inaugurazione viene pubblicato un trafiletto con foto sul quotidiano La Sicilia. Il nome di Santapaola è legato anche al delitto del giornalista Giuseppe Fava, ucciso a Catania il 5 gennaio 1984. Fava, direttore de I Siciliani, denunciava nei suoi articoli i rapporti tra mafia, politica e imprenditoria etnea, indicando apertamente il potere dei clan. Le indagini e i successivi processi hanno accertato che l’omicidio fu deciso ai vertici di Cosa nostra catanese, guidata proprio da Santapaola. Il boss è stato condannato in via definitiva come mandante del delitto.
La cattura e la fine della latitanza
Il 18 maggio 1993 si chiude uno dei capitoli più lunghi della storia di Santapaola. Dopo 11 anni di irreperibilità, viene arrestato nell’ambito dell’operazione Luna piena. Un nome scelto non a caso: in alcune intercettazioni, il capomafia veniva chiamato u licantropo, soprannome che avrebbe evocato la sua capacità di sparire e riapparire nell’ombra, come un lupo mannaro al plenilunio.
All’epoca aveva 54 anni ed era considerato il latitante numero uno di Cosa nostra, dopo l’arresto di Totò Riina. Solo pochi mesi prima, a gennaio, era riuscito a sfuggire alla cattura. Nonostante le indicazioni di un collaboratore di giustizia che lo segnalava in una villetta a Mascalucia. Il blitz scatta all’alba in una masseria dell’azienda agricola Carmelo Bonnelli, in contrada Pietra Scrivi, tra Granieri, Mazzarrone e Caltagirone, nel Catanese. Alle 5.30 gli uomini del Servizio centrale operativo fanno irruzione; alle 5.45 sorprendono Santapaola in camera da letto, mentre dorme accanto alla moglie Carmela Minniti. Il covo è una masseria rustica, con arredi essenziali e una cappella per le preghiere. Nessuna via di fuga. Alle 10.07 Santapaola arriva davanti alla questura di Catania, a bordo di una Ford Sierra targata Milano. Ad attenderlo, decine di giornalisti. Per u licantropo la notte è finita.
Santapaola indossa un pigiama verde mentre nel comodino c’è una vecchia pistola semiautomatica Bernardelli calibro 9 con il colpo in canna. Sempre nella stessa stanza uno scrittoio con una copia del Vangelo. Il tempo di cambiarsi, l’ultimo abbraccio con la moglie e poi il viaggio verso la questura di Catania. Prima di lasciare il casolare avviene anche una cosa particolare: il boss, la moglie e alcuni poliziotti si siedono a attorno a un tavolo per bere una caffè e mangiare qualche biscotto. Fanno colazione insieme. Quando scende dalla macchina Santapaola indossa una camicia azzurra e un cardigan verde. Non nasconde il suo volto ma lo mostra a favore di telecamere e fotografi con un sorriso quasi beffardo. La polizia sostenne che dietro la cattura non ci sia stato nessun pentito ma solo «un’azione investigativa». Intercettazioni telefoniche e ambientale nei confronti di personaggi vicini a Santapaola hanno fatto scoprire alle forze dell’ordine che il boss era tornato nel Catanese dopo un periodo trascorso in provincia di Messina. Insieme a Santapaola finisce in manette un bidello, originario di Tremestieri Etneo: Santo Boncompagno, ossia l’uomo la cui carta d’identità è stata trovata in tasca al boss.