Le pensioni ‘d’oro’ dell’Unione Europea

Nelle scorse settimane le notizie che provenivano dall’Unione Europea sono state quasi tutte relative all’approvazione o meno del bilancio europeo per il periodo 2014-2020 che prevede un tetto complessivo di spesa di 960 miliardi di euro per gli impegni e 908,4 per i pagamenti effettivi.

Ora, al di là di considerazioni meramente ideologiche, come quella che sorge spontanea quando si vede concedere il premio Nobel per la Pace a un soggetto, l’Unione Europea, che è dotato di potenziali militari da far rabbrividire tutti i Paesi del globo e che continua, anno dopo anno, a dotarsi di strutture militari o paramilitari, non può non destare sorpresa l’utilizzo che fa l’Unione Europea, giorno dopo giorno, delle somme che preleva dalle tasche degli “euro contribuenti” e che continuerà a prelevare per far fronte agli impegni presi.

Come detto nei giorni scorsi, il personale di stanza negli uffici dell’Unione Europea riceve compensi decisamente elevati (un usciere guadagna oltre 3 mila euro al mese, un archivista arriva a 9 mila euro, un dirigente supera i 16 mila al mese: ma nessuno si scandalizza!). Il fatto è che, man mano che questi salari “da sogno” vengono concessi e che questo personale, invecchiando, decide di andare in pensione, l’Unione Europea si trova a dover affrontare anche il problema del pagamento di pensioni “da sogno”.

Così, mentre l’Europa chiede o impone (come nel caso della Grecia) ad alcuni Paesi europei di tagliare le proprie spese, incluse quelle per le pensioni, si scopre che nel 2008 abbiamo speso in pensioni per gli “europensionati” un miliardo e 50 milioni di euro, che sono diventati un miliardo e 130 milioni (+7%) nel 2009, e un miliardo e 275 milioni (ancora + 7%) nel 2011.

In base alle previsioni nel 2013 l’Unione europea arriverà a spendere un miliardo e 473 milioni, cioè il 34% in più rispetto al 2007. Come dire che una somma pari a circa un terzo dell’Imu pagata dagli italiani servirà per pagare le pensioni degli europensionati.

Eppure, che anche nella osannata UE, ci fossero “problemi di bilancio” lo si sapeva già da tempo. Nel 2010 i ministri del Tesoro di Regno Unito, Svezia e Paesi Bassi, (Osborne, De Jager e Borg) si rifiutarono di sottoscrivere la chiusura del bilancio dell’Unione Europea chiedendo maggiore rigore nei conti che, già allora, avevano “sforato” le spese previste di oltre il 3% (il limite era del 2%). A detta di Osborne, De Jager e Borg, l’UE aveva sperperato denaro pubblico, rivelandosi incapace di rientrare nei budget di spesa prestabiliti. (sopra, foto tratta da indipendenza.com)

“In tempi difficili, i Paesi membri dell’UE dovrebbero difendere e confermare gli stessi elevati standard di controllo per il budget europeo che vengono adottati per i bilanci nazionali”, dichiararono i ministri di Londra, L’Aia e Stoccolma in un comunicato ufficiale congiunto. Come rispose l’UE? Semplice: aumentando dell’1,7% le retribuzioni concesse a chi lavora presso il Parlamento di Bruxelles con un costo aggiuntivo di 33 milioni di euro per i contribuenti europei nell’arco dell’anno. La situazione nel 2012 è peggiorata al punto che già nel mese di ottobre dello scorso anno l’Unione Europea si è trovata in difficoltà per mancanza di fondi avendo esaurito le risorse a sua disposizione.

Perché si parla sempre di sprechi quando ci si riferisce alle spese di gestione e non si parla degli aiuti concessi e delle iniziative finanziate dall’UE? Domanda lecita, visto che, molte volte, somme ingenti provenienti dalle tasche dei contribuenti europei sono state spese non per risolvere i problemi dei Paesi membri, ma per azioni e progetti al di fuori dell’Unione e i cui benefici per gli eurocontribuenti sono decisamente difficili da spiegare (tanto che gli euro burocrati non ci provano neanche).

Ad esempio, come può l’Unione Europea spiegare a cosa sono serviti i 6 milioni di euro dell’ultimo bilancio destinati a interventi volti a ridurre le scorte di pesticidi obsoleti in alcuni Paesi dell’Europa Orientale, del Caucaso e dell’Asia centrale? Grazie ai nostri soldi le Repubbliche dell’ex Unione Sovietica, cioè Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Kazakistan, Kirghizistan, Moldavia, Federazione russa, Tagikistan, Turkmenistan, Ucraina e Uzbekistan riceveranno “un supporto tecnico e politico” per la riduzione dei pesticidi. Cosa voglia dire poi “supporto politico” per la riduzione dei pesticidi è un mistero.

Altri 16 milioni di euro sono stati destinati ad alcune istituzioni di ricerca del Kenya come il Centro Internazionale di Fisiologia ed Ecologia degli insetti (Icipe), il Kenya Agricultural Research Institute (Kari) e il Centro internazionale per le Ricerche agroforestali (Icraf) “per risolvere problemi come la siccità, le malattie e aumentare le capacità di fronte alle catastrofi”, ha detto il capo della delegazione Ue in Kenya.

I più arditi (perché ci vuole coraggio per poter proferire parola dopo aver letto in che modo vengono usati i soldi strappati dalle tasche degli italiani) obietteranno che, però, una parte cospicua degli aiuti dell’Unione Europea vengono destinati ai Paesi che la compongono e, quindi, all’Italia. E qui bisogna fare una precisazione. Infatti, se da un lato è vero che in alcuni casi somme non indifferenti siano state “destinate”, negli anni passati, a regioni dell’Italia, è pur vero che molte volte tali somme sono tornate inutilizzate nelle ‘casse’ dell’Unione Europea.

Nel 2000, Carlo Azeglio Ciampi, allora ministro del Tesoro, riferì che provava “imbarazzo” a Bruxelles quando si sentiva dire che, fra i Paesi europei, l’Italia era quello “più indietro” nell’uso dei fondi comunitari. Sono passati più di dodici anni e pare che non molto sia cambiato. E se il divario fra il Sud e il Nord si è fatto ancora più spaventoso la responsabilità non è solo di chi non ha saputo sfruttare quelle opportunità: è anche di chi non ha saputo (o, forse, ha fatto finta di non sapere) concedere gli aiuti. Ma di questo parleremo nella prossima puntata.

(Fine della quarta puntata/continua)

Le altre puntate:

Unione Europea al servizio delle multinazionali

 


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