L’artista si racconta…

“Per quell’occasione scrissi una suite per pianoforte, due arpe e orchestra d’archi ispirandomi al ciclo di tre quadri di Segantini ‘La vita, la natura, la morte’.
Fu un’esperienza molto intensa, suonare con l’orchestra circondato da quel paesaggio spettacolare.

Mi sembrava di essere dentro la corrente di un fiume che scende rapida sul dorso di una montagna, un flusso implacato in cui ero immerso e di cui facevo parte, e sentire quell’ebbrezza che si prova quando si fa qualcosa di fisico a contatto con una natura potente, la velocità, l’acqua, lo spazio e il vento.

Dopo quell’esperienza ho fatto tante altre cose, ma ho sempre pensato che prima o poi avrei voluto sviluppare quell’idea in modo più ampio.

Nel frattempo, negli anni a seguire, intensificando molto la mia attività dal vivo, stufo di suonare i miei brani ogni volta nello stesso modo, ho cominciato a inserire nei concerti alcune variazioni e poi improvvisazioni sempre più lunghe, cercando di trovare quello stato che rende il concerto un evento unico per me e per il pubblico che ascolta.

Partivo senza sapere dove sarei arrivato, andavo. E in questa ricerca ho cominciato a giocare con delle sequenze che registravo a casa e ambienti sonori che costruivo con il computer e altri piccoli marchingegni elettronici, su cui poi suonavo dal vivo. Così sono nati molti altri brani, un work in progress che il pubblico ha potuto seguire nella loro evoluzione e che nel tempo ha preso una forma definitiva.

Alla fine ho pensato che tutto questo materiale aveva un’energia comune e che poteva essere interessante provare a comporlo come un mosaico, creando un percorso vario, movimentato e imprevedibile, come un grande paesaggio di montagne e pianure, di fiumi e di mari.

Forse quell’energia che ti spinge ad assaporare il mondo fino ad annullartici dentro, in continuo divenire”.

Ludovico Einaudi


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