La Corte costituzionale decide su incandidabilità di Pogliese Scenari possibili e le ricadute su politica e amministrazione

Eletto, condannato, sospeso e reintegrato. Il prossimo participio per il sindaco di Catania Salvo Pogliese lo deciderà, mercoledì 20 ottobre, la Camera di consiglio alla Corte costituzionale. Dove è stata fissata l’udienza in merito all’applicazione delle legge Severino entrata in gioco dopo la condanna per peculato – in primo grado a quattro anni e tre mesi – per le spese pazze all’Ars dell’allora deputato del Popolo delle libertà. Pogliese, che all’epoca guidava la corrente degli ex Alleanza Nazionale, è stato ritenuto colpevole di essersi accaparrato fondi pubblici destinati ai partiti e di averli usati per questioni private e non solo personali: da un soggiorno all’hotel Athenaeum di Palermo (insieme ad autista, moglie, figlio, suoceri e altri ospiti non legati alla politica), a ristoranti, benzina, spese telefoniche, e poi anche lavori di ristrutturazione nello studio di commercialisti diretto dal padre Antonio Pogliese, dove sarebbero state consegnate 40 ceste regalo pagate con soldi destinati al partito. 

Adesso, la decisione sulla sua incandidabilità potrebbe cambiare le sorti amministrative e politiche della città. La legge, che prende il nome dalla ministra della Giustizia del governo Monti, prevede che in presenza di alcuni reati legati alla corruzione già dopo la sentenza di primo grado ci sia la sospensione del ruolo per 18 mesi. Così è accaduto anche per Salvo Pogliese che è stato sospeso il 24 luglio del 2020 dopo il verdetto di primo grado e poi, poco più di quattro mesi dopo, reintegrato a seguito del ricorso vinto al tribunale civile di Catania che ha annullato la sospensione e inviato gli atti alla Corte costituzionale che mercoledì deciderà. Cosa succederà adesso? Arrivata la sentenza, la prefettura di Catania dovrà riassumere il giudizio davanti al tribunale etneo che dovrà fissare un’udienza, sentire le parti e poi pronunciarsi per renderla effettiva. Dunque, qualunque sia, la sentenza non sarà immediatamente applicativa.

Due le strade che si aprono al primo bivio: se la Corte costituzionale dovesse ritenere illegittima la legge Severino, il sindaco continuerebbe a guidare la città fino alla fine di quello che resta dei cinque anni del suo mandato (che, iniziato nell’estate del 2018, scade nel 2023). In caso di riconoscimento della legittimità del testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità, invece, il percorso si biforcherebbe ancora: sarebbe il tribunale a decidere da dove si ricomincia a contare. Di certo non si ricomincerà da capo. La prima ipotesi è che, partendo dalla data di inizio della sospensione (luglio 2020), i diciotto mesi scadrebbero a gennaio del 2022. Quindi, considerando anche l’iter giudiziario, il sindaco non farebbe in tempo nemmeno a togliersi la fascia tricolore. Nella seconda ipotesi, invece, il tribunale potrebbe decidere di ripartire da dove la sospensione è stata interrotta e, quindi, di fare scontare al primo cittadino i 14 mesi restanti (dopo i quattro già scontati da luglio a dicembre 2020).

In questo caso, Pogliese potrebbe arrivare con l’acqua alla gola alle prossime Comunali e con il rischio di una eventuale campagna elettorale da affrontare con il bollino dell’incandidabile. Nel frattempo, come già avvenuto in passato, a prendere il suo posto dovrebbe essere il vicesindaco Roberto Bonaccorsi che potrebbe ritrovarsi tra le mani la patata bollente del rimpasto di giunta atteso già da troppo tempo. Un gioco delle sedie che tutti sanno già come andrà tranne i protagonisti (ovviamente) sia in entrata che in uscita. Seguendo il principio dell’esclusione, a lasciare dovrebbero essere gli assessori Alessandro Porto, Pippo Arcidiacono e probabilmente anche Giuseppe LombardoAl loro posto dovrebbero sedere i consiglieri comunali Andrea BarresiSanti Bosco. Riposizionamenti attesi ma che potrebbero rischiare di rimanere, anche loro, sospesi.

Riceviamo e pubblichiamo dall’avvocato Giampiero Torrisi

Si ribadisce come in merito alla sentenza di condanna di primo grado sono necessarie alcune precisazioni, in quanto la decisione del Tribunale rivela gravi limiti che sono stati sottoposti alla valutazione della Corte d’Appello di Palermo. In particolare Pogliese ha sempre coerentemente affermato che le somme contestate costituivano spese personali, a compensazione della sua indennità di funzione e delle somme personali anticipate per il gruppo o addirittura versate sul conto corrente del gruppo. D’altro canto il meccanismo della compensazione fra somme di cui Pogliese era creditore nei confronti del gruppo e quelle conseguenti a spese personali era perfettamente legittimo, previsto dai regolamenti e precedentemente valutato dalla procura della Repubblica di Palermo che ha chiesto e ottenuto l’archiviazione, nei confronti di altri deputati regionali, per vicende perfettamente sovrapponibili. Tale aspetti sono stati gravemente trascurati dal tribunale di Palermo ed oggi evidenziati al giudice dell’impugnazione.


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