In gergo… ‘mammoriani’

Caratteristiche fisiche: capelli leccati dalla mucca, area cerebrale occupata al 90% da gel, sguardo ebete.

Caratteristiche comportamentali: si muovono in branco, parlano una lingua sconosciuta ai più, vantano un atteggiamento arrogante.

 

Ecco alcune indicazioni utili per riconoscere a prima vista – e possibilmente evitare – uno dei tanti mammoriani che si aggirano per le strade della nostra città. In ogni angolo, in ogni vicolo buio, in ogni traversa secondaria si ripresentano puntualmente costituendo una tra le peggiori piaghe che affliggono ragazzi e ragazze catanesi. Secondo recenti e approfondite indagini risultano possibili due conclusioni: possiedono il dono dell’ubiquità oppure proliferano in modo talmente rapido che ben presto sostituiranno per intero quella parte dell’ umanità comunemente considerata “normale”.

 

Esagerato parlare dei mammoriani in questi termini? Se fate parte del genere femminile: no!

In tal caso non potrete fare a meno di conoscere la fastidiosa sensazione di sentirsi addosso lo sguardo impertinente di uno di questi “esemplari” almeno una volta al giorno. Considerando la questione da questo punto di vista però potrebbe anche sembrare che tali individui abbiano perlomeno la “funzione sociale” di appagare momentaneamente l’ego della ragazza a cui sono rivolti i loro commenti. Ma neanche questo corrisponde a verità! Con la loro costante presenza ci rendono consapevoli di quanto sia ampio il divario che ci separa da molti dei nostri coetanei. E allora… dopo aver ignorato uno dei loro “apprezzamenti” sul nostro aspetto fisico, dopo aver cambiato direzione quando uno di loro cammina provocatoriamente sulla nostra stessa traiettoria, dopo aver accelerato a fondo quando uno di loro si avvicina troppo al nostro motorino… dopo, diventa quasi spontaneo chiederci come sia possibile che tanti ragazzi come noi – se non più piccoli – possano non solo vivere in una tale condizione di mediocrità, ma non aver neanche sviluppato quella parte critica della coscienza che ogni tanto ci suggerisce di guardarci un attimo dall’esterno per giudicare obiettivamente come stiamo gestendo la nostra vita.

 

Una studentessa della facoltà di Lingue e Letterature straniere, assidua frequentatrice del Monastero dei Benedettini e dintorni, ci ha raccontato la sua testimonianza in qualità di vittima di diversi episodi grotteschi e imbarazzanti accaduti in Piazza Dante. Episodi che hanno inevitabilmente sollevato una questione: come può un centro universitario, culla del sapere, essere allo stesso tempo epicentro di ignoranza, povertà e deviazione sociale?

 

Ma non bastano le armi “bianche” dell’ironia e del sarcasmo dinanzi ad aggressioni e minacce che si susseguono all’ordine del giorno! Molte studentesse si chiedono seriamente: «Ma cosa possiamo fare?» Una risposta potrebbe essere questa: innanzitutto dare voce al problema, denunciare apertamente tutto ciò che succede proprio qui, appena fuori la nostra facoltà. Paradossale? È solo l’altra faccia della medaglia: è così che Piazza Dante – di giorno centro di cultura e di formazione personale per migliaia di studenti universitari – al calar della sera mostra il suo lato più oscuro facendosi teatro di spiacevoli e disdicevoli episodi. Ci meritiamo quindi, per il solo fatto di appartenere a questa terra, la fama di ‘terroni’? No, certo. Ma spieghiamolo a chi non è siciliano, a chi non partecipa emotivamente alla vista del mare, del cielo, del sole della nostra città, a chi riesce a recepire di Catania solo la paura della malavita, dell’ignoranza, del cattivo gusto… il sapore amaro dell’omertà… quella che regna, che fa chiudere gli occhi e fa serrare le persiane quando c’è qualcosa di sconveniente da guardare. Spieghiamolo alle studentesse fuori sede che appena arrivate in città hanno subito sperimentato quanta paura si possa provare all’uscita dalla lezioni serali. Ragazze costrette ad avere paura dei bambini della nostra zona, cresciuti tra le rovine del centro storico e la scalinata della Chiesa di S.Nicola, bambini che forse il senso della parola ‘educazione’ lo hanno smarrito e che hanno acquisito tratti violenti e volgarità. Ragazzini tra gli otto e i dieci anni che assalgono studentesse universitarie anche in pieno giorno, proprio all’interno della nostra facoltà, appoggiati da chi – all’angolo della strada – finge di non vedere e di non sapere. Di non sapere che il futuro di quei piccoli è già segnato, è legato ad una strada, ad un improbabile riscatto sociale, ad un’espressione cattiva sul volto che magari neanche gli appartiene, ma che gli è stata mostrata, insegnata, trasmessa.


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