Gli spari alle spalle e il colpo a bruciapelo allo stomaco L’autopsia sui ladri di arance uccisi alla Piana di Catania

«Quello che dicono lo abbiamo letto tutti. Dicono che siamo una famiglia di delinquenti, ma noi non abbiamo mai ammazzato nessuno. Dicono che se lo meritavano, che è normale morire se sei di Librino, ma noi abbiamo sofferto troppo. Vogliamo sapere chi li ha uccisi e perché». Fuori dall’obitorio dell’ospedale Cannizzaro ci sono i parenti di Agatino Saraniti e Massimo Casella. Nella serata di ieri è finita la prima parte dell’incidente probatorio sul duplice omicidio della Piana di Catania. Le autopsie si sono concluse e, sebbene per la relazione del medico legale bisognerà ancora aspettare, alcune cose sono già chiare. Intanto che i colpi sono stati sparati quasi tutti alla schiena e a pochi metri di distanza. 

Uno o più fucili hanno sparato, in totale, almeno cinque volte. Una delle quali lasciando un feritoGregorio Signorelli, unico sopravvissuto del furto di arance avvenuto nella notte tra il 9 e il 10 febbraio. A sparare sarebbero stati i due guardiani di un fondo agricolo in contrada Xirumi, tra la provincia di Catania e quella di Siracusa. Giuseppe Sallemi, custode di 42 anni, è stato arrestato quasi subito e si trova adesso in isolamento nel carcere di piazza Lanza. Giorni dopo è avvenuto il fermo, convalidato ieri, del suo presunto complice: il 70enne Luciano Giammellaro, pensionato, detenuto a Cavadonna. Sallemi, però, quando ha confessato il delitto, ha dichiarato di avere agito da solo e per legittima difesa. Tesi che adesso si scontra con i primi risultati dell’esame autoptico. I suoi avvocati, inoltre, avevano anche chiesto che venisse eseguita sul 42enne una perizia psichiatrica, per comprendere se fosse capace di intendere e di volere al momento del fatto. Richiesta poi rigettata dal giudice per le indagini preliminari di Siracusa. 

Secondo quanto appreso da MeridioNews, Massimo Casella sarebbe stato colpito da uno sparo soltanto, all’addome, dall’alto verso il basso: i pallini avrebbero trafitto polmoni e pancreas. Lo hanno trovato raggomitolato in un avvallamento del terreno. Ad Agatino Saraniti avrebbero sparato tre volte: la prima, più da lontano, al gluteo destro; poi, a distanza più ravvicinata, al centro della schiena e quel colpo gli avrebbe spezzato la colonna vertebrale. Per l’ultimo sparo Agatino era già a terra. Sarebbe stato sullo stomaco, a bruciapelo, a contatto con la pelle nuda. I pallini non hanno raggiunto organi vitali e sono usciti dall’altra parte della pancia. La maglietta di Agatino, che avrebbe compiuto 19 anni tra qualche mese, era sollevata e avvolta dietro al collo. I pantaloni della tuta, invece, erano scesi fino alle caviglie. Quando i parenti lo hanno visto «era composto – dicono – coperto di terra ed erba come se qualcuno lo avesse trascinato lì. A 150 metri c’era Massimo, il primo che abbiamo trovato». Per rinvenire anche il cadavere di Agatino ci sono volute un paio d’ore ancora. «Mi sono accorta che c’erano delle tracce di sangue sull’asfalto, che partivano dall’altro lato della strada, per questo ho cambiato direzione e sono andata a cercare anche dove non c’erano alberi di arance», continua una cugina.

Il ritrovamento dei due cadaveri avviene la mattina del 10 febbraio, ma il furto era stato tentato la notte prima. Cioè quando Gregorio Signorelli, gravemente ferito, era riuscito a trascinarsi lontano dal punto degli spari e a chiamare la moglie con il cellulare. Da Librino partono due automobili. Non solo quella della coniuge di Signorelli, ma anche quella dei parenti di Casella e Saraniti, avvertiti da quest’ultima. Arrivati lì chiamano le forze dell’ordine. Spiegano che non si vedeva nulla. «Non avevamo capito che erano morti», prosegue il loro racconto. Avevano immaginato che fossero fuggiti o che si fossero nascosti. Per questo, l’indomani, sono tornati in quei campi. «Gridavamo “Massimo!”, “Agatino!”. Avevamo pensato che fosse successo qualcosa di brutto anche a loro, ma speravamo». 

La storia la raccontano le donne di una famiglia dilaniata dagli omicidi: quelli di tre fratelli della madre di Agatino, che adesso ha perso anche il compagno. Cioè Massimo Casella. Il Fiat Doblò con cui i tre erano partiti per andare a rubare arance era il suo. Il veicolo è stato trovato molto lontano dai cadaveri: aveva la centralina staccata, tirata fuori da sotto lo sterzo. Il paraurti posteriore era danneggiato da un impatto successivo al furto. «Avevamo riempito il furgoncino di arance, tanto che la marmitta toccava a terra», aveva raccontato in esclusiva a MeridioNews l’unico sopravvissuto. Quando la polizia scientifica ha provato ad aprire il cassone sul retro, ha dovuto forzare gli sportelli perché i danni alla carrozzeria ne impedivano la regolare apertura. Un altro elemento che porta i familiari a supporre un tentativo di occultamento dei corpi e lo spostamento del mezzo. 

Nei prossimi giorni, i periti della balistica torneranno sulla scena del duplice omicidio per tentare di ricostruire dinamiche e traiettorie. Sembra che i tre conoscessero la zona dove erano andati a portare via le arance per esserci già stati in passato. Pare anche, però, che le loro conoscenze non si limitassero ai terreni. Una familiare racconta di una telefonata che Giuseppe Sallemi avrebbe fatto a Massimo Casella per comunicargli che quella sera aveva il via libera per andare a prendere la frutta. La conferma di questa chiamata arriverà dai tabulati telefonici richiesti dalla procura di Siracusa. Qualora fosse avvenuta davvero, però, getterebbe una luce completamente diversa sull’intera storia. «Vogliamo che finalmente qualcuno racconti la verità», concludono i parenti delle vittime. Le salme potrebbero essere restituite loro nella giornata di oggi


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