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D come Deontologia

Esiste davvero il "deontologicamente corretto". E quanto il giuramento di Ippocrate garantisce che chi promette non stia al contempo incrociando le dita dietro la schiena? 

Eleonora Savoca

Il sostrato sociale in cui bazzichiamo si sa, è intriso di storia meritevole di rispetto, come le nostre radici greche e latine che tanto hanno costruito in termini di arte, cultura, usi e costumi. Certa è anche la discendenza dell’uomo dalla scimmia, con tutto il riguardo possibile per il regno animale, cosicché noi tutti, popolo dalle nobilissime origini, abbiamo da sempre vissuto una sorta di contrasto interiore: comportarci da signori rispecchiando i vetusti insegnamenti e incarnando la virtù degli antenati o approcciarci al futuro come bestie al pascolo, sopraffatti dall’istinto primordiale scollegato dalle buone maniere in nome della mera autosoddisfazione?

La riflessione schiaffata in queste in queste primissime righe dell’appuntamento mensile con la rubrica avvocata cinica, sebbene bislacche e apparentemente disconnesse da appigli immediati, celano pur sempre un senso, una ratio. Ebbene, la connessione dell’antefatto all’odierno tema d’indagine non è altro che la parola oggetto dell’indagine stessa: deontologia. Proprio così. Si intende parlare di deontologia perché trattasi di quell’insieme di regole scritte, ispirate alla morale, che disciplinano il comportamento degli addetti ai lavori di ogni professione meritevole di questo nome, per tale intendendosi in via principale la professione intellettuale e, in via gradata, ogni altra branca lavorativa, assistita da principi scritti o tramandati ai quali tutti devono o, quantomeno, dovrebbero conformarsi.

Ma cosa c’entra la deontologia con il pianeta delle scimmie? Il perimetro dell’esplorazione da ricostruire sarebbe così vasto che richiederebbe una trattazione antropologico-sociologico-noiosa di un N numero di tomi. Tuttavia, nel rispetto dell’etica dell’attenzione media del lettore, interverrà il dono della sintesi a esemplificare la motivazione. Se davvero l’uomo, nel corso dei secoli, avesse coerentemente avuto la capacità di imparare dal passato e di immagazzinare quanto di buono e virtuoso si è succeduto in ogni ambiente sociale, moltissimi o forse tutti gli errori grossolani che ci ostiniamo a compiere a tutti i livelli di relazione, non si sarebbero concretizzati. L’inquinamento, le guerre, il razzismo, il consumismo sfrenato. E ancora i crimini, la corruzione, gli allevamenti di pellicce, la pizza con l’ananas e le calze di filo bianche non avrebbero avuto motivo di esistere.

Ma, poiché l’uomo, nel corso dei secoli trascorsi e in quelli a venire è stato, è e sarà sempre una bestia, ossia un essere costituito per tre parti d’acqua e due parti di istinto, la batteria della sua memoria si è esaurita nel brevissimo termine, lasciandolo abbandonato al dominio di insaziabili istinti tera tera (come dicono a Catania) senza guardare alle conseguenze, in realtà ben visibili e prevedibili a un palmo dal naso (o muso) di ciascuno. Siccome però qualche goccia di coscienza in quel mare di barbara indole è pur sempre rimasta, la deontologia è venuta in soccorso per cercare di chiudere i cancelli dello zoo prima che tutto l’ordine del creato implodesse nel caos della fauna selvatica. Ma cose è davvero deontologicamente corretto e quanto il giuramento di Ippocrate garantisce che chi promette non stia al contempo incrociando le dita dietro la schiena?

Per rispondere alla prima domanda, inesorabilmente collegata al riscontro della seconda, basta augurarsi che il vero confine del libero arbitrio di ognuno si identifichi con il rispetto dell’altro, che inizia laddove finisce il primo, o forse ancora prima. Tanto si doveva per augurarci che, laddove si parli di diritto, un collega in udienza non infili un documento mai prodotto prima nel fascicolo d’udienza, che il dipendente pubblico non timbri cartellino e poi vada a fare la spesa, che il parrucchiere non infinocchi sette milioni di euro a una cliente che avrebbe voluto una semplice piega e che il Vaticano smetta di predicare i dettami del Vangelo crogiolandosi fra ricchezze e fasti posticci di palazzi surreali e impenetrabili. In tal senso, che sia la memoria, la giustizia o un insieme di norme deontologiche a darci ausilio, poco importa. Interessa soltanto raggiungere un risultato.

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