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Tony Drago, Procura ora non esclude omicidio
Indagati otto militari, chiesta nuova autopsia

Novità importante a due anni dalla morte sospetta del caporale siracusano, trovato senza vita nel cortile della caserma Sabatini di Roma. L'accusa vuole fare luce sulle persone che «rivestivano una posizione di garanzia». Secondo il legale della famiglia i segni su collo e schiena non sono compatibili con il suicidio

Marta Silvestre

Importante passo avanti nell’inchiesta sulla morte di Tony Drago, il caporale siracusano trovato morto nel cortile della caserma Sabatini di Roma il 6 luglio del 2014. Il pubblico ministero Alberto Galanti ha indagato otto persone delle dieci che erano state segnalate alla Procura della Repubblica con una denuncia presentata dai familiari lo scorso 16 giugno.

«Sono militari – spiega a Meridionews l’avvocato Dario Riccioliche, per grado e funzioni, rivestivano una posizione di garanzia volta a evitare l’evento che, in concreto, è avvenuto». A seguito della denuncia, il pm ha riproposto la richiesta di incidente probatorio per eseguire una nuova perizia medico-legale e cinematica. «Questa richiesta – aggiunge il legale – è stata notificata a tutte le parti, anche agli indagati per i quali il pm ha immaginato una duplice ipotesi di reato con formula alternativa: concorso in istigazione al suicidio oppure concorso colposo nell’omicidio doloso commesso da altri che, per il momento, rimangono ignoti».

Adesso, sarà la giudice per le indagini preliminari Angela Gerardi a valutare la possibilità di concedere l'incidente probatorio e fissare un’udienza per il conferimento di incarichi a un collegio di periti. La gip che, lo scorso maggio, ha respinto la richiesta di archiviazione ha ordinato di acquisire le immagini dei sistemi di videosorveglianza, i tabulati telefonici e delle mail in entrate e in uscita del caporale siracusano e ha ritenuto necessaria una nuova consulenza medico legale.

«Il mio consulente medico-legale, il professor Orazio Cascio – precisa il legale – cercherà elementi per dimostrare che la multilesività diffusa rende incompatibile l’ipotesi formulata dal dottor Massimo Senati che svolse la prima autopsia». Il medico del Policlinico Gemelli depositò una perizia piuttosto lacunosa. Nella relazione, infatti, non venivano presi in considerazione elementi molto importanti come i segni sulla schiena e sul collo di Tony o i risultati degli esami istologici e tossicologici.

«Il 3 luglio, mio figlio è andato a cena con alcuni amici e parenti – racconta la madre Rosaria – e una cugina della sua fidanzata, per salutarlo, affettuosamente gli ha messo una mano sulla spalla, ma lui si è subito irrigidito probabilmente perché ha sentito dolore. Le persone che erano con lui quella sera, inoltre, notano degli strani graffi al collo. Io sono convinta – aggiunge – che tutto abbia avuto inizio già dall’1 luglio, quando io ho chiamato mio figlio al cellulare e, per la prima volta dopo cinque anni di vita da fuorisede, mi ha risposto un’altra persona dicendomi che lui era in lavanderia. Erano le otto di sera – ricorda la madre – e io poi ho scoperto che la lavanderia chiudeva alle ore 19».

Dopo due anni di indagini che non hanno portato a nulla se non a una richiesta di archiviazione, adesso si è arrivati in poco tempo alla modifica del capo di imputazione con una richiesta di incidente probatorio. L’avvocato Riccioli si dice «soddisfatto perché, nonostante il pm abbia mantenuto la sua idea originaria di suicidio, ha anche indicato il concorso colposo nel delitto doloso che è la tesi interpretativa da me avanzata».

Fra gli elementi determinanti per questa svolta, anche la testimonianza di un amico della vittima che ha riferito al legale di essere stato il destinatario di una confidenza di Tony riguardo una aggressione avvenuta in caserma, circa un mese e mezzo prima, e per la quale Tony aveva già minacciato di denunciare le persone che aveva riconosciuto dalla voce. «Le nostre valutazioni medico legali e ingegneristiche sulla base dell’evidenza disponibile – sottolinea l’avvocato Riccioli – ci portano a dire, con rigore scientifico e al di là di ogni ragionevole dubbio, che non si è trattato di suicidio ma di omicidio».

Soddisfatti del lavoro svolto in sinergia da avvocati e procura della Repubblica, la madre Rosaria e il padre putativo Alfredo. «Temevamo ci fossero tempi più lunghi e invece finalmente siamo positivamente sorpresi. Noi – concludono – speriamo sempre di arrivare alla verità, quella vera».

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