Agguato a Librino, chi erano le vittime di viale Grimaldi Tra i feriti c’è anche un uomo ritenuto vicino ai Cappello

Arresti per rapine, spari per sonni disturbati e bassa manovalanza. C’è questo nel passato di Luciano D’Alessandro e Vincenzo Scalia, le due vittime dell’agguato di ieri sera a Librino. I colpi d’arma da fuoco – non si sa ancora quanti – sono stati esplosi quando ancora c’era luce e hanno raggiunto anche altre quattro persone rimaste ferite: C. M. S, di 26 anni; A. C. B., di 31; L. G., di 56; e R. P., di 40. Portati in ospedale, le loro condizioni non sono state considerate tali da metterne a rischio la vita. 

Quella appena trascorsa è stata una notta particolarmente tesa. L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Ignazio Fonzo e assegnata al pm Alessandro Sorrentino, ruota attorno all’ipotesi di uno scontro nato nel mondo della droga. Se si sia trattato di un’azione decisa dai vertici della criminalità organizzata o nata a livelli più bassi resta tutto da capire. Al momento gli investigatori non escludono nulla, compreso il fatto che il vero obiettivo dell’agguato potesse essere non D’Alessandro e Scalia ma uno dei feriti.

Il 56enne, per esempio, è stato tra le persone coinvolte – poi assolto alla fine del processo – nell’operazione Revenge 5 sul traffico di stupefacenti gestito dal clan Cappello-Bonaccorsi. La droga viaggiava anche sulle ambulanze di una onlus. Sulle pagine dei giornali, nel 2017, è finito anche il figlio, tra gli arrestati per il pestaggio al medico dell’ospedale Vittorio Emanuele e a sua volta coinvolto nel blitz Revenge 2, riguardante sempre il clan Cappello-Bonaccorsi. Secondo gli inquirenti entrambi sarebbero affiliati alla cosca. 

Ad avere precedenti penali erano anche le due vittime. Vincenzo Scalia, conosciuto anche con il soprannome di Enzo Negativa, a novembre era stato arrestato per evasione dai domiciliari. I carabinieri lo avevano trovato al bar con amici e parenti, anziché a casa. Tre anni prima, nell’estate del 2016, Scalia fu arrestato dopo avere esploso alcuni colpi d’arma da fuoco contro due persone in strada accusate di fare troppo baccano: un uomo di origini tunisine e una donna di nazionalità russa iniziarono a litigare, quando il 25enne dopo avergli intimato di smetterla iniziò a sparare. A casa di Scalia i poliziotti trovarono tre pistole Berretta, una delle quali risultata rubata. Poco dopo l’uccisione, a rendere noto il proprio cordoglio nei confronti di Scalia è stato il cantante neomelodico Niko Pandetta, che stamattina ha annunciato che dedicherà una canzone al 28enne. «Mi dicevi sempre quando mi scrivi una canzone. Non volevo farlo per la tua morte. Adesso sarai il mio angelo custode per tutta la vita, ti amo fratellino», ha scritto Pandetta in un post.

Nel passato del 48enne Luciano D’Alessandro, invece, a spiccare è il coinvoglimento nell’operazione che, nel 2008, portò la Squadra mobile di Catania ad arrestate il boss latitante Biagio Sciuto. L’uomo, insieme al capomafia e ad altre persone, assaltarono un rappresentante di gioielli mentre viaggiava in taxi in direzione dell’aeroporto Fontanarossa. Due anni più tardi, invece, D’Alessandro fu arrestato con l’accusa di avere derubato alcuni turisti tedeschi. Fondamentale per le indagini furono le fotografie che una delle vittime riuscì a scattare. 

Tra i nodi da sciogliere su ciò che è accaduto ieri, tra i civici 16 e 18 di viale Grimaldi, c’è il possibile collegamento con la gambizzazione di un giovane, avvenuta due giorni fa nel quartiere di San Berillo Nuovo. A restare ferito, in quel caso, era stato Salvatore Monaco, il cui fratello è ritenuto dagli investigatori il responsabile di San Berillo Nuovo, nonché legato alla famiglia degli Strano.


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