L’Etna dà spettacolo, l’acqua invece no: cronaca di un Ferragosto a secco in Sicilia

L’amara cronaca di un ordinario Ferragosto in Sicilia: tra clima torrido, cenere dell’Etna e senza acqua. L’esperienza inviata dal nostro lettore Salvatore Amella, palermitano trapiantato a Catania.

Il rientro a casa durante l’eruzione

Venerdì, dopo qualche giorno lontano da casa, in zona San Giovanni la Punta (nel Catanese, ndr), la prima cosa che ho pensato è stata: le mie povere piante saranno ancora vive? Seconda missione: la cenere dell’Etna. Quella polvere nera, sottile, democratica, che entra dappertutto e che, con ogni probabilità, continuerò a trovare per i prossimi sei mesi: nella lavatrice, nella lavastoviglie, sulla ventola del computer e probabilmente anche in qualche angolo della casa che ancora non conosco. E, tutto sommato, non mi sono nemmeno arrabbiato. Sono palermitano e da qualche anno mi sono trasferito a Catania. Per me l’Etna è una meraviglia del tutto nuova: una presenza imponente, affascinante, che ogni tanto decide di ricordarci chi comanda. La guardi, la ammiri e pensi che, in fondo, è giusto così.

Niente acqua, niente doccia

Poi, dopo una bella sudata a pulire, arriva il momento di una doccia. Apro l’acqua. Niente. Controllo l’autoclave: funziona perfettamente. Ah, già. Manca l’acqua. Perché noi, da queste parti, siamo abituati anche a questo. L’autoclave non è un optional: è praticamente un componente dell’arredamento. Senza, in molte case, una doccia diventa un’esperienza spirituale. Penso allora all’autobotte. «Domani ne chiamo una. Ottanta, cento euro e passa la paura». Poi guardo il calendario: 14 agosto. L’indomani era Ferragosto. Il giorno dopo domenica. E capisco che l’autobotte, probabilmente, appartiene alla categoria delle cose che il 15 agosto hanno deciso di andare in ferie. A quel punto parte l’ingegno siciliano.

Nel 2026 come 30 anni fa

Mi tornano in mente trent’anni fa quando, da bambino, insieme a mio padre, andavamo a riempire i bidoni perché a Palermo d’estate l’acqua mancava. Una scena che allora sembrava normale. E così, nel 2026, eccomi di nuovo lì. Recupero bottiglie, annaffiatoi, contenitori, scatole di plastica dei giocattoli. Tutto può diventare utile. Alle due di notte sono ancora sveglio, impegnato a riempire la piccola cisterna con la tecnica dei vasi comunicanti. Non per costruire una diga. Non per salvare il mondo. Per farmi una doccia. E mentre faccio avanti e indietro con i contenitori, mi viene da sorridere.

L’arte di arrangiarsi, ma anche di arrabbiarsi

Perché noi siciliani abbiamo una capacità straordinaria: ci adattiamo. Alle buche. All’immondizia. Alla cenere. Alle cose che funzionano a modo loro. Ci arrangiamo, troviamo una soluzione e andiamo avanti. Ma forse il punto è proprio questo. Sapersi arrangiare è una qualità. Doverlo fare per avere l’acqua in casa nel 2026 è un’altra cosa. Io sono fiero di essere siciliano. Fiero di questa terra e, da palermitano trapiantato a Catania, sempre più affascinato da questa montagna che sto imparando a conoscere. Ma una cosa la vorrei dire con un sorriso, prima che con rabbia: siamo siciliani! Possiamo anche fare a meno di tutto. Ma, ogni tanto, ci piacerebbe semplicemente aprire un rubinetto. E trovare l’acqua.


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