Mafia e impresa: è ora di cambiare

Ivan Lo Bello, subito dopo la sua nomina a presidente della Confindustria della regione Sicilia, ha fatto parlare di sé: dalla chiara posizione contro la mafia e il racket che attanagliano l’economia siciliana al no decisivo ad un’eventuale candidatura politica suggerita dal centrosinistra. Di certo lo si può definire l’uomo del momento in Sicilia.

Il Suo impegno in prima linea l’ha portata ad essere un simbolo. Questo Le ha sicuramente cambiato la vita: ha più paura della mafia o di deludere?
Mio malgrado sono diventato un simbolo e ho molta più paura delle responsabilità che mi sono assunto perché comportano coerenza, dedizione e il dover mantenere alto quest’impegno nel tempo. Quindi, direi, molta più paura di deludere che della mafia.

Si sente più un eroe, un imprenditore che difende i propri interessi o un uomo comune che cerca di tutelare il proprio mondo?
Mi sento un imprenditore che pensa che nella vita, oltre al proprio lavoro, ci sia una certa area di impegno civile. Per questo impegno civile serve anche radicare gli interessi collettivi, l’interesse pubblico. Mi sento una persona normale che fa il suo mestiere e che cerca anche di farlo portando avanti i propri interessi personali ma anche gli interessi collettivi.

I giovani che protestano, gli arresti eccellenti, la Confindustria che si ribella… La Sicilia è ad una svolta decisiva?
Beh, non c’è dubbio che la Sicilia è cambiata profondamente. Chi pensava ad un involucro immutabile, ad una situazione che era segnata da un destino storico, dove nulla poteva cambiare si sbagliava di grosso, nel senso che la Sicilia ha dato un segnale di vitalità, di innovazione sociale molto forti. Molto più forti che in altre regioni, soprattutto grazie ai giovani. Questo è sicuramente un elemento molto positivo, insieme a tanti temi fortemente negativi quali sono i problemi del Mezzogiorno: basti pensare alla spazzatura a Napoli, le indagini giudiziarie e a tanti casi in cui stanno venendo al pettine alcuni nodi del Mezzogiorno dovute probabilmente ad una politica troppo rivolta al breve termine e quindi senza progetti che guardino al futuro.

Quanto è diversa l’imprenditoria siciliana nelle varie province e quanto sono diverse le pressioni mafiose e politiche che essa riceve?
Non c’è dubbio che le pressioni mafiose sono maggiori nella Sicilia occidentale. La mafia è presente ovunque in Sicilia – purtroppo – e in quelle province è più radicata e ramificata, ha costruito categorie e codici culturali. Una cultura mafiosa che è meno rilevante nella Sicilia orientale ed è per questo più pericolosa; non perché qui non c’è ma piuttosto perché nella parte occidentale dell’isola si nutre di una cultura mafiosa maggiormente diffusa, che è il vero rischio nell’affrontare la mafia.

Si è discusso negli scorsi mesi di un progetto di legge che istituiva sanzioni amministrative (sospensione della licenza, divieto di contrattare con la pubblica amministrazione ecc.) per gli imprenditori che pagano il pizzo. Cosa pensa Lei di questa proposta? Che tipo di intervento legislativo si aspetta, alla luce degli sviluppi della politica nazionale?
Vista la situazione politica attuale risulterà un po’ difficile varare questa legge. È una proposta che viene dalle associazioni anti-racket; l’ha formulata Tano Grasso: una persona che ha grandi competenze in questo settore e che ha una visione ampia del fenomeno. Ed è una questione a cui noi guardiamo con molta attenzione: si tratta di calibrare bene le competenze amministrative, individuare bene i settori e le tipologie di attività. Potrebbe essere un’iniziativa intelligente.

È cambiato veramente qualcosa nella Confindustria Sicilia? Qualche imprenditore ha abbandonato o è stato espulso?
Qualche imprenditore ha abbandonato, altri sono in fase di valutazione. Ovvero sono emerse delle situazioni che stiamo valutando, visto che adesso ci sono delle regole nuove. Ed essendo un’organizzazione seria, quando ci sono delle regole cerchiamo di farle rispettare a tutti.


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