Mykonos, Dubai, Ibiza ma anche Amsterdam, Tenerife, Miami e Bangkok. Viaggi e tanto shopping sfrenato nelle boutique Louis Vuitton, selfie in barca con accanto vassoi di aragoste, serate in discoteca e secchielli porta ghiaccio stracolmi di bottiglie di champagne Moët e Dom Perignon. La bella vita dei rampolli del clan Mazzei non passava solo per […]
La bella vita dei rampolli dei Mazzei: «Viaggi da 10mila euro, e io qui con 50 euro»
Mykonos, Dubai, Ibiza ma anche Amsterdam, Tenerife, Miami e Bangkok. Viaggi e tanto shopping sfrenato nelle boutique Louis Vuitton, selfie in barca con accanto vassoi di aragoste, serate in discoteca e secchielli porta ghiaccio stracolmi di bottiglie di champagne Moët e Dom Perignon. La bella vita dei rampolli del clan Mazzei non passava solo per i loro profili social, ma anche per le lamentele degli affiliati. Tensioni e mal di pancia raccontati nelle carte del blitz Onda nuova della procura di Catania.
L’inchiesta ha accesso nuovamente i riflettori sulla famiglia mafiosa dei Mazzei, fondata dal capostipite Santo, noto come ‘u carcagnusu, proseguita dal figlio Nuccio e negli ultimi anni, secondo gli inquirenti, ereditata dal nipote Matteo Mazzei e dai cugini Filippo e Cristian Intravaia. Una terza generazione che appare lontana anni luce da strategie e alleanze del passato, su tutte quella con l’ala stragista dei Corleonesi. Il presente sembra più una l’ennesima riproposizione del modello Gomorra. Ai presunti affari legati a droga, estorsioni e investimenti nelle attività commerciale si alternano pestaggi, dissidi e un potere che deve essere manifestato nei quartieri di Catania, ma soprattutto ostentato.
Le lamentele per i viaggi: «Io devo stare qua con 50 o 100 euro»
«Non la voglio mettere sui soldi però ti voglio dire una cosa – si legge in un dialogo intercettato tra due appartenenti al gruppo – Non è neanche bello che tu vai ogni settimana a farti i viaggi e ti mangi 10mila euro e io devo stare qua con 50 o 100 euro». Lamentele sulla gestione del clan nonostante la fedeltà che gli indagati avrebbero manifestato in svariate occasioni nei confronti dei cugini Matteo e Cristian Intravaia. Tra gli episodi citati c’è, per esempio, un pestaggio che Intravaia subì nei pressi del caffè Europa, a Catania. Una sorta di resa dei conti dopo un diverbio che il giovane avrebbe avuto qualche ora prima all’interno della discoteca Levante. «Quelli che siamo… siamo tre… e te li devi tenere cari!», ribadiva intercettato l’indagato Andrea Chiarenza. Emblematico anche un episodio avvenuto nei pressi del Faro Biscari. A causa del traffico, Mazzei e la compagna rischiarono di perdere l’aereo. Carmelo Grasso nelle intercettazioni racconta di essere stato svegliato da una telefonata d’emergenza e di essersi precipitato verso l’aeroporto in motorino. Una volta raggiunta la coppia alla rotonda dello scalo, li avrebbe caricati insieme alle valigie, riuscendo a farli arrivare in tempo per l’imbarco. «Mi sono messo i pantaloni senza mutante e le scarpe senza calzini – spiegava – e sono andato a prenderlo».
I Mazzei e «il potere punitivo»
Una delle espressioni della leadership di Matteo Mazzei sarebbe stata quella del suo «potere punitivo». Emblematico il pestaggio di Giorgio Bergamo, colpevole di essere passato al clan Cappello. «Gli hai dato botte?», domandava un uomo a Mazzei. Il rampollo rispondeva in modo affermativo: «Hai voglia. Ma no una volta, un paio di volte». Un’altra aggressione ricostruita dagli inquirenti è quella subita da Francesco Agatino Grasso, in questo caso accusato di essersi avvicinato a Simone Gagliano, fratello di Pietro e a quanto pare vicini ai Cappello. A occuparsene, su ordine di Simona Mazzei, madre di Intravaia e sorella di Nuccio Mazzei, sarebbe dovuto essere un uomo del gruppo. Non avendo portato a termine il compito, la palla sarebbe passata allo stesso Intravaia: «Le pedate in testa, l’ho pestato come l’uva», raccontava Intravaia al padre della vittima del pestaggio: «É buttato a terra a San Cristoforo – spiegava – ha la pistola addosso e gli è caduta a terra. Gliele ho date davanti la chiesa». Poco dopo, Intravia si rivolgeva direttamente alla vittima: «Vedi che questa volta ti lascio. La prossima volta… te lo sto dicendo davanti a tutti. Puoi pubblicare quello che vuoi, ti faccio cercare in tutte le case che vai!». «Basta che mi gonfia la minchia, vi lego e vi ammazzo a tutti quanti».
La droga e «le cose degli scafazzati»
Nonostante il carattere fumantino e violento, Intravaia viene descritto dai collaboratori di giustizia come «giovane ma molto intelligente». Giura di conoscere tanti dei suoi segreti William Alfonso Cerbo, imprenditore dai gusti eccentrici che per anni ha fatto da traino agli affari economici dei Mazzei, in particolare nel settore delle discoteche. Cerbo – trasferitosi da Catania a Milano – ormai da diversi mesi, collabora con i magistrati ed è diventato una delle figure chiave dell’inchiesta Hydra, svelando dettagli inediti sul sistema Lombardia, cioè l’alleanza tra ’ndrangheta, camorra e Cosa nostra. Uno degli affari più remunerativi del gruppo sarebbe stato quello della droga, con canali attivi in Spagna e Calabria. Tra gli aneddoti riportati nei documenti c’è la consegna di 2000 euro a Matteo Mazzei da parte di Carmelo Grasso. Soldi dello spaccio, ma in banconote da piccolo taglio: «Chi ti ha dato questi soldi spicci – si lamentava Mazzei invitando il suo interlocutore a recarsi al Bingo per cambiarli – Perché sono le cose degli scafazzati. Quelli sani li portano a loro e quelli spicci li portano a me».