In Italia lo definirebbero fermento politico. Ma in Sicilia si chiama rivugghio: quel ribollire senza esplodere, che ha trovato dimora stabile nelle correnti interne a Forza Italia nell’Isola. Un partito che, a livello nazionale, prova a presentarsi come argine moderato del centrodestra, ma nella regione vive una fase di profonda frammentazione. In cui la compagine […]
Il rivugghio azzurro: le correnti di Forza Italia in Sicilia
In Italia lo definirebbero fermento politico. Ma in Sicilia si chiama rivugghio: quel ribollire senza esplodere, che ha trovato dimora stabile nelle correnti interne a Forza Italia nell’Isola. Un partito che, a livello nazionale, prova a presentarsi come argine moderato del centrodestra, ma nella regione vive una fase di profonda frammentazione. In cui la compagine del presidente della Regione, Renato Schifani, appare un campo minato di ambizioni personali e fratture territoriali. Con un congresso alle porte che rischia di trasformarsi in una resa dei conti.
Un partito diviso che non perdona i tecnici
Da oltre due anni, Forza Italia in Sicilia è commissariata: l’attuale coordinatore regionale, Marcello Caruso – fedelissimo del governatore – regge il timone in assenza di un’assemblea o di una segreteria eletta. Il partito che esprime il presidente della Regione e 14 deputati su 70 all’Ars appare, secondo diversi osservatori, come «un insieme di correnti senza una direzione centrale». In cui la gestione del governo è considerata positiva, ma il partito stesso fatica a trovare una sintesi. Il malcontento è alimentato da una scelta precisa di Schifani: affidare gli assessorati chiave di Economia e Sanità a due tecnici esterni alle logiche di partito (rispettivamente, Alessandro Dagnino e Daniela Faraoni). Questa scelta, dettata probabilmente dalla volontà di governare senza pressioni, ha invece scatenato una fronda interna che non perdona l’aver congelato gli spazi di potere dei professionisti della politica.
La geografia delle correnti: Catania contro il resto dell’Isola
Se il quadro è complesso, le tensioni hanno un epicentro chiaro: la provincia di Catania. L’asse tra l’eurodeputato ed ex assessore regionale Marco Falcone e il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè è la corrente più agguerrita. Falcone è il candidato naturale a sfidare Caruso per la segreteria regionale. Lamentando l’assenza di dibattito e la subalternità del partito alla volontà di Palazzo d’Orleans. Mulè, invece, gioca la partita più alta: con una battuta – «Non escludo nulla, se non diventare tifoso della Roma» – ha di fatto aperto la corsa alla presidenza della Regione per il 2027. Sfidando pubblicamente il bis di Schifani. Dal canto suo, il fronte governista Caruso-Schifani non tace. La loro forza risiede nei numeri – con il sostegno di deputati come Michele Mancuso, Bernardette Grasso e Gaspare Vitrano – e nel supporto della segreteria nazionale. La debolezza, tuttavia, sta nell’incapacità di allargare il consenso oltre la cerchia ristretta dei fedelissimi.
La frattura generazionale dei giovani del partito
Esistono, poi, fratture più silenziose ma altrettanto pericolose. Come quella generazionale dei giovani del partito. A Catania, le fuoriuscite di consiglieri e dirigenti locali hanno spinto il deputato Salvo Tomarchio a chiedere «un rinnovamento delle idee, nei programmi e nei volti». Anche la provincia di Messina, con il deputato alla Camera Tommaso Calderone, chiede maggiore visibilità in un eventuale rimpasto. Tutto un paradosso nel ruolo di Forza Italia dentro alla coalizione di centrodestra. Da un lato, il partito è il problema e non la soluzione. Come alle elezioni provinciali 2025, quando le correnti azzurre si sono fatte la guerra fino a far perdere i candidati comuni. Dall’altro, Schifani cerca rifugio in un asse sempre più stretto con Fratelli d’Italia, oltre la storica alleanza con il presidente del Senato Ignazio La Russa. Creando, talvolta, tensioni con la Lega, come nel caso della presidenza dell’autorità portuale di Palermo.
L’arbitro delle contese: il ruolo di Antonio Tajani
Il vero arbitro continua a essere Antonio Tajani. Che sembra aver superato incolume l’epurazione nazionale. Il segretario nazionale ha più volte blindato Schifani, cercando di calmare le acque in una due giorni palermitana e promettendo di sostituire alcuni assessori tecnici con uomini del partito per placare le correnti. Ma resta l’incognita del congresso regionale: senza accordo, le primarie azzurre saranno un bagno di sangue. Logorando definitivamente il partito, a ridosso delle elezioni regionali del 2027, che potrebbero essere anticipate al prossimo ottobre. Due gli obiettivi per Forza Italia in Sicilia: non essere un contenitore di poltrone in attesa di esplodere e far confluire le correnti per non arrivare alla compilazione delle liste sotto il pressing romano. Che vuole candidato alla Regione un fedelissimo della premier Giorgia Meloni: l’attuale ministro per la Protezione civile e le politiche del mare dell’Italia, nonché già governatore, Nello Musumeci.