Regione, le nuove nomine di Schifani: l’usato rigenerato della burocrazia siciliana

«Nuovo? No, lavato con Perlana». I meno giovani ricorderanno sicuramente il celebre slogan televisivo degli anni ’80 e ’90 usato per pubblicizzare un detersivo. Uno capace di far sembrare i vecchi capi d’abbigliamento come appena usciti dal negozio. Se quel claim fosse ancora in voga, oggi meriterebbe di diritto una menzione d’onore nei corridoi di Palazzo d’Orléans. E nelle azioni del presidente della Regione siciliana Renato Schifani che, con l’ultimo valzer di nomine, ha dato vita a una girandola di poltrone. Le quali, dietro la retorica del rinnovamento e dell’efficienza burocratica, nascondono il più classico dei copioni politici siciliani. Nessuna novità strutturale, nessun cambio di passo generazionale: l’usato, piuttosto, viene rinfrescato, stirato e rimesso in vetrina.

Il ritorno di Maria Letizia Diliberti: la revoca della sospensione

Il caso più emblematico di questo lavaggio rigenerante è il ritorno di Maria Letizia Di Liberti alla guida del dipartimento regionale della Famiglia e delle politiche sociali. La delibera, approvata su proposta dell’assessora Nuccia Albano, ha revocato la sospensione dell’incarico che gravava sulla dirigente dallo scorso novembre. In questi mesi, il dipartimento è andato avanti con l’interim di Ettore Foti (già impegnato al dipartimento Lavoro), ma la casella doveva essere riempita in maniera stabile. E la scelta non è caduta su un profilo esterno, una scommessa per il futuro, bensì sul ritorno al passato. Sia chiaro: la macchina amministrativa regionale ha assoluto bisogno di continuità e competenze, ma la reimmisione nei ruoli di Di Liberti fotografa l’incapacità della politica siciliana di creare una vera civil service alternativa. Preferendo ripescare dal mazzo delle figure storiche della burocrazia palermitana, a tutela degli equilibri interni della maggioranza.

Accursio Gallo e la spinta dell’Aran: la proroga che diventa sistema

Se il rientro di Di Liberti è il capo lavato e rimesso a nuovo, la proroga dell’avvocato Accursio Gallo alla guida dell’Aran Sicilia (Agenzia per la rappresentanza negoziale della Regione) è il maglione preferito che non si vuole mai buttare via. Schifani ha blindato Gallo per altri sei mesi, motivando la scelta con l’ottimo lavoro svolto. Culminato nella chiusura di due contratti collettivi (comparto e dirigenza), che hanno sbloccato ritardi decennali, e guardando già alle trattative per il triennio 2025-2027. I risultati di Gallo sono incontestabili. Tuttavia, dal punto di vista politico, salta all’occhio come la Sicilia viva in uno stato di perenne commissariamento. Le proroghe semestrali non sono più l’eccezione dettata dall’urgenza, ma lo strumento ordinario di governo. Si naviga a vista, di sei mesi in sei mesi, congelando lo status quo e rimandando una seria programmazione o i concorsi per i vertici delle agenzie regionali.

Una Regione che non sa (o non vuole) cambiare pelle

Il quadro che emerge sembra quello di una profonda pigrizia politica. Appeso in una stanza degli specchi: cambiano le delibere, girano i decreti, ma i volti restano gli stessi. L’effetto Perlana serve a questo: dare una ripulita istituzionale e presentare le scelte come atti di altissima responsabilità e continuità amministrativa. Ma la sostanza non cambia. La burocrazia siciliana rimane un club esclusivo e blindato, dove le porte girevoli funzionano per chi è già dentro, ma restano sbarrate per qualsiasi nuovo innesto. Un gioco di prestigio politico che ormai non stupisce più, ma che perpetua il solito cambiare tutto per non cambiare niente.


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