Meridionalisti denunciati per la bandiera

DUE VERSIONI CONTRASTANTI. UN DUBBIO: IL SUD ITALIA DEVE TACERE?

Succedono cose strane nell’Italia ‘democratica’ di Matteo Renzi. Alcune facilmente spiegabili, altre meno. Non sappiamo a quale delle due categorie possa ascriversi quanto successo due giorni fa a Pizzofalcone, a Napoli.  Dove, in occasione del raduno dei Bersaglieri, due meridionalisti che avrebbero semplicemente esposto la bandiera del Regno delle Due Sicilia, sono finiti col beccarsi una denuncia.

La questione sta suscitando un vespaio di polemiche sul web dove si tratteggia la figura di due persone, che, al di là della bandiera scelta, rientrano sicuramente in quell’ampia schiera di meridionali che sull’Unità d’Italia qualche domanda se la fa. E – si aggiunge-  se si dovessero denunciare tutti quei meridionali che contestano lo Stato unitario, ci si perderebbe di casa. Questi più o meno, tralasciando le frasi più forti,  gli umori registrati sulla rete a commento del caso.

Ma, al di là delle osservazioni più istintive, ci si interroga su una questione fondamentale. Ci si chiede, cioè, se  quanto accaduto abbia una qualche sfumatura politica. Ci si chiede, ad esempio, se in Italia sia  scattata la fase ‘tolleranza zero’ contro le voci dei territori e contro il dissenso.

In particolare contro  quelle voci del Sud Italia, sempre più autorevoli (dalla Svimez alla storiografia più recente) che non esitano a parlare del caro prezzo pagato dal Mezzogiorno all’Unità. A questo proposito, basti ricordare che pure il Corriere della Sera (come vi abbiamo raccontato qui)  si è preso la briga (e “di certo il gusto” per dirla con De Andrè) di tuonare contro la nuova tendenza al meridionalismo del ceto intellettuale del Sud Italia.

Una tendenza sempre più quotata, insomma, che si rafforza dinnanzi al tentativo di svolta centralista del Governo Renzi e delle potenze europee.  Un episodio come quello di Pizzofalcone, inserito in questo contesto, può rappresentare un segnale d’allarme che alla rete non sfugge.

Certo per i protagonisti della storia, non ci sono dubbi. Ma le loro versioni non coincidono.

“Non stavamo facendo niente di male – ha dichiarato Ferdinando Ambrosio, uno dei due denunciati – siamo entrati nella caserma perché le guardie ci hanno fatto passare senza problemi. Abbiamo semplicemente esposto la bandiera perché, come abbiamo detto agli stessi agenti che ci arrestavano, volevamo dimostrare che se pure nei libri la storia è scritta in maniera errata, la gente sta cominciando a conoscere quella che è la vera storia di questa terra”.

Fonti della polizia sostengono che la denuncia sia scattata, in primis,  per la loro “intrusione” nella caserma. E, poi, anche per il vilipendio al tricolore verso il quale i ragazzi avrebbero proferito insulti. Trattandosi anche di un luogo istituzionale, quasi quasi, lasciano intendere, è stato un atto dovuto: “Il reato di vilipendio, piaccia o non piaccia, c’è è previsto dal codice penale”.

La questione, dunque, non avrebbe nessuna motivazione ‘peculiare’.  E, noi ce lo auguriamo. Sarebbe inquitante se la democrazia in Italia invece di progredire, regredisse. E se la maggiore consapevolezza dei meridionali  fosse un pericolo per qualcuno.

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