Il bacio delle formiche, una silloge di poesie di Antonio Cangemi

DESCRIZIONE DEL QUOTIDIANO VIVERE CON VENA POETICA E MUSICALITA’

L’osservazione della vita corrente attraverso la poesia. L’analisi del quotidiano vivere, lo scorrere apparentemente caotico e senza un filo conduttore descritto attraverso le formiche che assurgono a metafora dell’esistenza. Ne “Il bacio delle formiche”, Antonio Cangemi si presenta al pubblico con una silloge di poesie.

Ricordiamo dell’autore, oltre il saggio a quattro mani con Antonio La Spina “Comunicazione pubblica e burocrazia” (Franco Angeli), “Siculospremuta”(Flaccovio) e “Beddamatri Palermo!” (Di Girolamo), volumi che hanno preso di mira, sospesi tra il serio e il faceto, vizi e vezzi dell’essere siciliani e palermitani, si presenta adesso con una silloge di poesie, “Il bacio delle formiche”.

La frequentazione della poesia in Cangemi non è del tutto nuova. Già nel 2009, in occasione del centenario del Giro di Italia, l’eclettico autore aveva dato alle stampe un’originale raccolta, “I soliloqui del passista”, in cui ripercorreva, attraverso il ritratto in versi dei suoi protagonisti, la storia della più importante corsa ciclistica della penisola.

Ne “Il bacio delle formiche” (LietoColle) l’abbandono alla musa lirica non è generato da anniversari da celebrare, e perciò è più completa, per quanto la poetica del Cangemi, lontana da contemplazioni ecumeniche o da interrogativi di largo e pretenzioso respiro sull’universo e sui suoi irrisolti dilemmi, tragga alimento dal quotidiano. Come nella tradizione di Umberto Saba. E come in Saba è una poetica che nasce dall’osservazione della vita corrente, del suo scorrere apparentemente caotico e senza un filo conduttore, salvo poi scoprirlo, e ad esso appellarsi, nella solidarietà umana, nell’amicizia e nell’amore, non idealizzati ma visti nella loro dimensione prosaica e concreta. In questo contesto le formiche assurgono a metafora dell’esistenza, la laboriosità di questi insetti impegnati in una quotidiana lotta di sopravvivenza (“le formiche che si intrecciano /nel laborioso cammino/ e che solcano sulla terra rossa/ labili rughe/ sembrano allegre e ignare/ della minaccia che incombe,/ il nemico che decreta la loro/ condanna:/ il piede dell’uomo”) sembra essere sorretta da un anelito religioso : “Vanno in fila/ nella lunga/ processione/per venerare il loro/ invisibile Dio./ Addosso il peso grave/ di molliche di pane/ da offrire,/ umili e devote,/ al sacro altare”.

Per altri versi il tono disincantato e talora canzonatorio dei versi di Cangemi (in tal senso si leggano, tra gli altri, i brani “Al diavolo i saluti” o “Poeti maledetti”) rimanda ai poeti americani del ‘900, ma la sua ironia, lungi dall’essere irrisoria o espressione di un moto di protesta generalizzato, tempera la vena profondamente malinconica ( “Si allenava alla morte, / il corpo disteso/ le mani congiunte/ gli occhi socchiusi. / E l’aspettava ogni sera/ con trepidazione,/ come un bambino/ la prima comunione”).

Cangemi, in linea con certe tendenze post ermetiche della poesia contemporanea (si pensi, ad esempio, al Montale di “Satura”, a Raboni o a Giudice), predilige i toni colloquiali e il linguaggio parlato, mai però abbandonando la musicalità della versificazione.


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