Nelle zone franche montane siciliane continua lo spopolamento. «Serve una fiscalità di sviluppo»

Ci sono aeree interne della Sicilia in cui il processo dello spopolamento procede e nemmeno lentamente. Sono i 158 Comuni che, insieme, rappresentano le zone franche montane: centri che si trovano isolati, con meno di 15mila abitanti e a 500 metri dal livello del mare. Da tempo, si discute di soluzioni da trovare per invogliare le persone a non abbandonare quei territori ricchi soprattutto di tradizioni. Che, però, da sole, pur rischiando di scomparire, non bastano. Quello che servirebbe alle zone franche montane per evitare che diventino deserte è una fiscalità di sviluppo. Ed è proprio su questo aspetto che punta l’interpellanza che è stata presentata al presidente della Regione Siciliana Renato Schifani e all’assessore regionale all’Economia Marco Falcone. Il primo firmatario del documento in cui si chiedono le intenzioni del governo in merito all’istituzione e all’attuazione delle zone franche montane in Sicilia è Fabio Venezia. Deputato all’Ars del Partito democratico che per due mandati è stato sindaco di Troina, cittadina in provincia di Enna che è tra i comuni che si sono riuniti nell’associazione zone franche montane Sicilia. «La situazione di oggettiva difficoltà economica delle comunità montane della Sicilia – si legge nell’interpellanza – ha indotto 158 sindaci a promuovere e sollecitare l’adozione di provvedimenti legislativi regionali di fiscalità di sviluppo quale misura di politica economica adottabile dal Parlamento siciliano per il rilancio delle zone interne dell’isola e così contrastare il lento processo di spopolamento che perdura da tempo».

Un lungo e travagliato iter che, nel dicembre del 2019, ha visto l’assemblea regionale siciliana approvare le Disposizioni concernenti l’istituzione delle zone franche montane in Sicilia. Una legge voto da sottoporre al Parlamento. Annunciata in Senato nel 2020, nel marzo dell’anno dopo è la commissione Bilancio a chiedere alla Ragioneria generale dello Stato una relazione tecnica sulla copertura finanziaria indicata dall’Ars. Che, intanto, qualche mese dopo, approva l’ordine del giorno con cui impegna il presidente a «porre in essere tutte le interlocuzioni istituzionali opportune» per trovare un’adeguata copertura finanziaria. Che, tutt’ora (spoiler!) non è stata trovata. Nel frattempo, i sindaci dei comuni interessanti (in rappresentanza di una popolazione di circa 600mila abitanti) iniziano una serrata campagna di mobilitazione sotto il coordinamento del comitato regionale promotore, ovvero l’associazione Zfm Sicilia. «L’iter istruttorio della norma – si legge ancora nell’interpellanza – si è bruscamente fermato a seguito delle dimissioni del presidente Mario Draghi». E, tra l’altro, l’attivazione delle zone franche montane non rientra nemmeno tra gli interventi previsti per la coesione territoriale con i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

Eppure, «le terre alte di Sicilia – continuano i deputati nel documento – hanno bisogno, nell’immediato, di uno strumento differenziato di promozione economica e amministrativa, anche in considerazione del fatto che la condizione socio-economica, di chi ancora non ha avuto la possibilità di scappare è molto critica». La norma di politica economica sarebbe da considerare un’agevolazione fiscale e previdenziale non solo per il mantenimento del diritto di residenza per chi di quei territori è originario ma anche per attrarre chi in quelle aree potrebbe e vorrebbe investire se fosse messo nelle condizioni di farlo. Ed è per questo che alcuni deputati del Pd adesso tornano a chiedere al governo regionale di «assumere tutte le iniziative necessarie affinché siano individuate idonee risorse finanziarie per l’approvazione e la conseguente attuazione delle zone franche montane in Sicilia».


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