Vito Nicastri, l’aiuto alla latitanza di Messina Denaro Borsa di soldi dai vigneti della nipote dei cugini Salvo

Lo avevano soprannominato il signore del vento. L’imprenditore alcamese Vito Nicastri era stato il primo in Italia a investire nel campo delle energie alternative. Da venditore di pompe di calore al fotovoltaico, fino a divenire un vero e proprio businessman nel settore dell’eolico. Investimenti da Roma in giù, ma anche oltre confine. Una valanga di soldi che sarebbero stati guadagnati grazie anche agli agganci con gli uomini di Cosa Nostra. Soldi che – secondo quanto emerso dalle indagini condotte dalla Dda di Palermo, che hanno portato al suo arresto per concorso esterno in associazione mafiosa – sarebbero stati usati per finanziare la latitanza del boss castelvetranese Matteo Messina Denaro

Il nome di Nicastri era già emerso nei pizzini ritrovati nel covo dei boss palermitani Salvatore e Sandro Lo Piccolo, arrestati nel 2007. Agli inizi degli anni ’90, prima dell’avvento delle pale eoliche, l’imprenditore alcamese aveva investito nel fotovoltaico, rimanendo coinvolto in un’inchiesta che ruotava attorno a un giro di mazzette in cambio delle autorizzazioni per la realizzazione degli impianti. Messo sotto torchio dai magistrati, Nicastri rivelò agli investigatori di essere il collettore di tangenti, tirando in ballo anche diversi politici. L’imprenditore capì che quelle dichiarazioni avrebbero potuto minare la sua credibilità. Per questo motivo, secondo le dichiarazioni del pentito Giuseppe Ferro, Nicastri si rivolge a Cosa Nostra, ottenendo il benestare da Leoluca Bagarella in cambio della sua collaborazione con i boss. Nel 2009, Nicastri viene travolto da un maxi sequestro di beni, pari a un miliardo e 300 mila euro, nell’ambito dell’operazione Eolo

Ieri il suo nome è tornato al centro delle cronache giudiziarie. A citarlo è il pentito – deceduto a gennaio 2017 – Lorenzo Cimarosa che ha parlato di «una borsa di soldi» che Nicastri avrebbe consegnato a uno dei fedelissimi della primula rossa castelvetranese, Michele Gucciardi. Quella borsa sarebbe poi passata proprio nelle mani di Cimarosa, che a sua volta l’avrebbe consegnata al nipote prediletto di Matteo Messina Denaro, Francesco Guttadauro. Il denaro – sempre secondo il racconto del pentito – sarebbe servito a finanziare la latitanza del superlatitante. 

La somma – secondo quanto emerso dall’indagine odierna – sarebbe frutto della compravendita di un vasto terreno all’asta di proprietà di Giuseppa Salvo, moglie di Antonio Salvo, nipote dei noti esattori di Cosa Nostra, i cugini salemitani Nino e Ignazio Salvo. Attorno a questo acquisto, però, gli inquirenti ravvisano gli estremi dell’estorsione. La storia è questa: nel 2012, il vigneto di 60 ettari, che insiste in contrada Pianica, nel territorio di Salemi, viene messo all’asta per 139mila euro. A comprare i vigneti è il fratello del re del vento Roberto Nicastri. Le terre, poi, sono state rivendute alla società Vieffe di San Giuseppe Jato per 530mila euro

Su quel fondo, la mafia avrebbe esercitato diverse pressioni. Per esempio, avrebbe spinto la proprietaria a rinunciare al diritto di espianto delle viti esistenti, e dunque la possibilità di rivendere lo stesso ottenendone degli introiti. «Ho rinunciato alla pratica di estirpazione nel dicembre del 2012, perché mi è stato chiesto da Michele Gucciardi – ammette la signora Salvo agli inquirenti -. Il giorno prima del compleanno di mio figlio venne a trovarmi a casa mentre ero sola. La visita mi incuriosì perché, pur essendo in rapporti con mio marito, non era mai venuto a casa mia. Mi disse che i terreni di contrada Pionica acquistati da Nicastri dovevano essere rivenduti ad altre persone che – specifica – avevano interesse a che i diritti di reimpianto restassero collegati all’azienda». La donna spiega anche i motivi che l’hanno portata ad accettare la richiesta: «Non mi ha rivolto alcuna minaccia. In quel momento però, poiché sapevo che Gucciardi orbitava nell’ambiente mafioso, anche perché fu arrestato con mio marito, ho avuto timori a resistere alle sue richieste, collegandolo peraltro a Vito Nicastri, che avevo sentito avere avuto analoghi problemi. Ho avuto paura per l’incolumità fisica di mio marito e soprattutto dei miei figli e ho deciso di acconsentire».

Secondo i magistrati, però, nella vendita dei terreni alla Vieffe ci sarebbero stati ulteriori 200mila euro corrisposti in nero. Sono i soldi finiti nella famosa borsa di cui parla Cimarosa e che rappresenta l’ultimo vero segnale della presenza in Sicilia di Matteo Messina Denaro.


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