Virlinzi, sentenze modificate in cambio di auto «Il giudice ha provato a insabbiare le indagini»

«Compiacenza e asservimento consolidato nel tempo». Sono i tratti distintivi del rapporto che si sarebbe instaurato negli anni tra l’imprenditore catanese Giuseppe Virlinzi e Filippo Impallomeni, presidente dell’ottava sezione della commissione tributaria provinciale di Catania. I due sono finiti in manette e rinchiusi in carcere perché accusati dalla procura di Catania di corruzione in atti giudiziariNell’inchiesta denominata Tax free, condotta dal comando etneo della guardia di finanza, sono coinvolti anche due professionisti alle dipendenze della Virauto spa, la storica concessionaria dell’omonima famiglia d’impresari: si tratta del commercialista Giovanni La Rocca e del direttore commerciale Agostino Micalizio, entrambi finiti in carcere. Un quinto indiziato è Antonino Toscano, cancellerie della commissione tributaria per il quale sono stati disposti dal giudice per le indagini preliminari i domiciliari con l’accusa di favoreggiamento aggravato

Impallomeni grazie al suo ruolo avrebbe stilato diverse sentenze favorevoli nei confronti delle società del gruppo Virlinizi e dell’imprenditore Giuseppe. Virlinzi per gli inquirenti era una sorta di «dominus», che si vedeva rispondere in tempi celeri e in maniera positiva ai suoi ricorsi. Un espediente pare consolidato nel tempo che portava anche all’annullamento di accertamenti fiscali, per un vantaggio complessivo che, secondo la stima della procura retta da Michelangelo Patanè, ammonterebbe a 800mila euro. In cambio, il giudice Impallomeni avrebbe ricevuto l’utilizzo gratuito di alcune autovetture della concessionaria Virauto, almeno a partire dal 2010 e fino al 2015. Cinque anni in cui il l’indagato si sarebbe mosso per la città di Catania a costo zero, senza pagare revisioni, tagliandi e bolli che sarebbero stati tutti a carico della concessionaria. 

Gli dici che il dottore mi ha detto di tenerla ferma perché la deve sistemare

In particolare sotto la lente d’ingrandimento degli investigatori è finita una sentenza emessa nel luglio 2015, che si baserebbe su presupposti falsi. Il dispositivo accoglieva un ricorso presentato dalla Golden Car, società in liquidazione di casa Virlinzi, riconoscendole un rimborso di 80mila euro. Una decisione sulla quale però si sarebbe successivamente consumato anche un tentativo di depistare le indagini. Il giudice dopo una richiesta di accesso agli atti delle fiamme gialle si sarebbe insospettito per una possibile indagine a suo carico, cercando di modificare l’esito della sentenza con la presunta complicità del cancelliere. Il piano tuttavia non si sarebbe concretizzato perché già depositato negli archivi della commissione tributaria. «Lunedì mattina quando tu arrivi – spiega Filippo Impallomeni durante un dialogo intercettato con Toscano – gli dici blocca questa, mettigliela da parte, tornagliela». Il piano viene però stoppato sul nascere dal cancelliere che replica: «Già l’ha caricata». Il giudice etneo tuttavia non demorde è sembrerebbe continuare con le pressioni: «Gli dici che il dottore Impallomeni mi ha detto di tenerla ferma perché la deve sistemare».

Quando il tentativo di depistaggio ipotizzato dall’accusa sembra sciogliersi come neve al sole, il presidente della sezione tributaria sembra dispiaciuto. Un passaggio che emerge sempre in un dialogo intercettato con il suo collaboratore: «Sono stato indeciso fino all’ultimo se depositarla, io gliela facevo di condanna, che mi interessava Nino, alla fine quelli se li possono pagare quattro lire». Tra i dettagli che emergono c’è anche l’utilizzo del bollettino ministeriale, che il giudice avrebbe appiccicato sul parabrezza dell’auto della concessionaria Virlinzi. Ma ci sono anche le possibili giustificazioni che potevano essere fornite agli investigatori: «Posso dire che io ho preso la macchina per far fare pratica a mia moglie, poi quando la guidavo io mettevo questo contrassegno, lo mettevo là nel senso che magari vedevano ‘sta cosa, i posteggiatori, i ladri». 

L’inchiesta, coordinata dalla magistrata Tiziana Laudani, non è ai titoli di coda. Ci sono infatti alcuni elementi, sui quali c’è però il massimo riserbo, che consentirebbero ulteriori approfondimenti sul presunto giro di corruzione. Da scandagliare c’è la corposa documentazione prelevata durante le perquisizioni ma anche la galassia societaria dell’imprenditore. Giuseppe Virlinzi, insieme ai tre fratelli – tra i quali il cavaliere del Lavoro Ennio – gestisce numerose aziende nei settori più svariati: dalla chimica, all’agricoltura fino al campo immobiliare


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