Unict, non ci sono i soldi per la didattica Ricercatori: «Non insegniamo gratis»

La retribuzione della didattica per i ricercatori è uno dei temi al centro dell’assemblea indetta per questa mattina dal rettore dell’università di Catania Antonino Recca. Potrebbe sembrare un argomento banale se ci si basa sul presupposto che quando una persona lavora deve essere pagato per la sua prestazione, ma così non è. Non ci sarebbero i soldi per pagare tutta l’attività didattica fatta dai ricercatori dall’università etnea, spesa che secondo comunicazione del Magnifico «con le tariffe minime previste dall’ateneo, è di circa un milione di euro» e quindi si cerca una mediazione.

Recca propone due possibilità per reperire i denari necessari: «Diminuendo le borse di dottorato o diminuendo il finanziamento per la ricerca (ex Pra)», continua nella sua missiva. Chiede di trovare una soluzione con i ricercatori e specifica che «come già avvenuto l’anno scorso, decideranno gli organi di governo nelle sedute di fine luglio». In ogni caso «non si prende la responsabilità di una decisione», lamentano i membri del Coordinamento unico d’ateneo e del Coordinamento precari ricerca di Catania,  che si sono riuniti in un’assemblea precursore di quella indetta dal rettore.  E in effetti sono soltanto gli organi di governo dell’università che dovrebbero occuparsi del problema di dove reperire i soldi. «Rettore e Consiglio d’amministrazione devono prendersi questa responsabilità, non siamo noi a dover suggerire da dove reperire i soldi e di certo non vogliamo che vengano tolti dalle borse di studio o dai dottorati», è la voce comune dei ricercatori. In realtà gli stessi ricercatori del Cuda hanno già suggerito con la spending rewiew di risparmiare tagliando i compensi dei dirigenti, i più alti d’Italia.

E pensare che non sarebbero neanche tenuti a svolgere attività didattica. Il loro compito è quello di fare ricerca, appunto. L’insegnamento, però non è precluso dalla legge, anzi «l’articolo sei comma quattro della legge 240/2010, meglio nota come Legge Gelmini, impone alle università di corrispondere ai ricercatori di ruolo la retribuzione per le ore aggiuntive di didattica curriculare». Si legge nel ricorso al Tribunale amministrativo regionale presentato da alcuni ricercatori già un anno fa e ancora in attesa di esito, contro il regolamento «per gli affidamenti e i contratti per esigenze didattiche» che prevede l’insegnamento in forma gratuita. In realtà vorrebbe essere il prosieguo di una prassi attuata a Catania come altrove.

Adesso però, «non è più accettabile – afferma uno di loro durante l’incontro – anche perché tra un po’ ci ritroveremo a gestire da soli la didattica». Il riferimento è al numero. Sono già circa il 42 per cento del corpo docente e aumentano sempre più, mentre sempre meno sono i professori ordinari e associati. Anche se l’incontro con il rettore Recca rappresenta una grande novità – mai il Magnifico aveva accettato di discutere con i membri del Cuda dei problemi dell’università – i ricercatori andranno decisi. Tre sono le loro richieste: un regolamento ad hoc che preveda la retribuzione sin dal primo credito formativo, nonché una voce in bilancio specifica e il riconoscimento economico-giuridico per l’insegnamento. «Perché facciamo anche questo» dicono.


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