Triste gioventù

Sabato sera, uno dei tanti, in centro per le vie popolose del “casino” catanese.
Quella notte decisi di uscire solo, spesso la solitudine ti porta a riflettere e a me serve in molti casi.
Infiltrato tra i giovani proprio nella notte che non vogliono (vogliamo) toccata. Il sabato notte sacro; allora può capitare che ti ritrovi nel mezzo di una corsa clandestina improvvisata al “rosso” di un semaforo, o in un ragazzo che dopo dieci secondi di barcollo pesante, si ferma a vomitare. Può succedere di vedere il solito esibizionista che grida senza motivo, o il tossico che si droga sena vergogna.

I ragazzi di solito evitano di descrivere gli ambiti più scottanti della loro vita notturna, perché non riescono a passare dall’altro lato della barricata e descrivere il tutto in modo distaccato. I segreti del sabato sera, rimangono tali finché un altro giovane decide di isolarsi per una notte e cominciare il suo “racconto”.

Le vie catanesi sembrano imbandite a festa, i pub scoppiano di allegria e di musica; le persone vestite a festa e quelle forzatamente sdrucite sembrano vivere su due universi paralleli. Chi si porta il vino da casa, chi si ubriaca di super alcolici, chi semplicemente preferisce mangiare un gelato,; nulla riesce però a dividerli, sono tutte vittime del “sabato notte”.

L’esercito dei nottambuli, ha i suoi punti di incontro i cui orari sembrano scritti, e puntuali come un treno mussoliniano, vengono rispettati. L’uscita serale, proprio come i film in TV va progressivamente a tardare d’orario. Se prima si usciva alle 9,30 adesso i pub non si popolano prima di mezzanotte.

L’infelicità si nasconde bene dietro tutta quella folla; ma io, non demordendo, decisi di scovare il momento in cui la maschera della felicità che tutti portano, sembra avere i primi cedimenti. Il momento arrivò quando meno me l’aspettavo. Erano ormai le 3 del mattino e decisi di andare in uno di quei bar catanesi, famosi per essere un punto di ritrovo per gli amanti delle colazioni notturne. Fu li che capii. La maschera era caduta, non c’era più quella folla da cui nascondersi, ormai a quel orario la gente non aveva più paura a scoprirsi. Mi finsi ubriaco e cominciai a scrutare.
Sorrisi finti, risate forzate, sguardi fissi nel vuoto, i chiari sintomi di un infelicità emergente, cominciavano a farsi vivi.  I ragazzi avevano cominciato quella sorta di gara che li accompagnerà al prossimo fine settimana. La gara consiste nel fingere; fingere che tutto vada bene, fingere di essere più felici dell’amico che si ha accanto, fingere di aver capito tutto sulla vita, fingere di non aver problemi e paure, fingere, fingere, fingere… Nessuno sembra curarsi del “perché”, e come una mandria guidata dal cowboy “consumismo”, seguono tutte le regole da lui imposte fino all’esasperazione. Il cowboy però non si cura di rendere felice la sua mandria, l’importante per lui è condurre il branco dove vuole.

Al ritorno a casa la maschera viene definitivamente riposta nell’armadio, pronta per essere rispolverata alla prima occasione. Nel frattempo i moralismi di chi scrive cadono, perché anche lui si rende conto di aver finto per tutta la vita. E così sia.


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