Stefano Benni, il Lupo a Catania «Bar sport, il film? No comment»

«Non ho collaborato né alla stesura del soggetto né alla sceneggiatura del film». L’argomento Bar sport – pellicola nelle sale da oggi e tratta dall’omonimo romanzo – Stefano Benni lo affronta così, mettendo subito le cose in chiaro. «È molto diverso dal mio libro – continua lo scrittore bolognese, con le mani letteralmente tra i capelli – Che, per come l’ho concepito io, non ha una trama, è un insieme di storie diverse tra loro». Il film, com’era ovvio che fosse, l’ha visto: «Preferisco non commentare, per non rigirare il dito nella piaga, più che altro».

Alla libreria Feltrinelli di Catania per presentare il suo ultimo romanzo, La traccia dell’angelo edito da Sellerio, il Lupo – com’è affettuosamente chiamato dai suoi lettori – non s’è risparmiato. Stanco sì, si vedeva, ma anche energico e ironico, ché se il personaggio è noto per essere un fine umorista una ragione c’è.

Come quando rivela a un attento e folto uditorio che non voleva diventare uno scrittore. «Volevo fare il calciatore ed ero pure discretamente bravo – racconta – Poi un difensore mi ha spaccato il ginocchio e a diciannove anni ho concluso la mia carriera». Ma di calcio non ha alcuna intenzione di parlare perché «il Catania sta vivendo un bell’inizio di stagione, e io tengo per il Bologna, che invece è un disastro».

Non di solo sport vive l’uomo e per uno scrittore parlare di letteratura è quasi un cliché. «Ci sono due tipi di libri – esordisce Benni – Quelli che durano e quelli che non durano: i primi, evidentemente, meritano; i secondi sono quelli che è giusto dimenticare». «Tra vent’anni scopriremo se resisto io o Bruno Vespa», prosegue. Se si considera che Bar sport è uscito nelle librerie per Mondadori nel 1976 e a distanza di 35 anni è venuto fuori il film, forse la battaglia può considerarsi già vinta.

Mentre un bambino in fondo alla sala piange («Qualcuno gli metta una mela in bocca») e i flash dei fotografi si fanno insistenti («Molto gentili, con l’obiettivo direttamente in faccia»), l’inventore della Luisona discute di linguistica e politica, spesso mettendo assieme le due cose. «L’italiano, per fortuna, è una lingua bastarda – sostiene – Le differenze arricchiscono e si sentono, tanto al sud quanto al nord, checché ne dica Umberto Bossi». E il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non viene risparmiato, anzi, si scopre essere l’ispiratore di Baol, del 1990: «Non è che io sapessi già tutto – afferma l’autore ? Potevo immaginarlo, temevo quello che poteva accadere: rileggetelo, ci troverete gli ultimi due decenni di storia d’Italia».

E i prossimi? Sempre lavorando con l’immaginazione Benni spiega come vede il futuro: «Mica bisogna impegnarsi, è sotto gli occhi di tutti: finito Berlusconi i problemi del Paese non si risolveranno. Ci vorranno almeno vent’anni, ma spero di sbagliarmi. Spero siano dieci». Ma i desideri non si fermano qui. «Augurare la morte o le malattie alla gente non è una cosa carina – sorride – Però, ecco, magari prendesse un aereo e si trasferisse in un’isola deserta e lontanissima. Con una nave di troie, così non rompe più le scatole».

Per qualcuno sarebbe un lieto fine, se solo esistesse: «Le storie non finiscono mai bene o male, la vita non ha quasi mai un finale felice – conclude Benni – Un po’ come i libri: se volessimo tenere in considerazione solo quelli che si chiudono in allegria, dovremmo buttare via il 70 per cento della letteratura mondiale». E si rischierebbe di lasciare dentro Vespa.


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