Regione, l’affondo delle opposizioni: «Schifani si dimetta». All’ombra del ritorno di Nello Musumeci

L’indagine sul manager-politico Salvatore Iacolino sembra essere la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Almeno quello delle opposizioni che, ricompattate, chiedo al governo di Renato Schifani le dimissioni, all’ombra del ritorno di Nello Musumeci. Stamattina, durante un incontro nella sala stampa dell’Assemblea Regionale Siciliana (ARS), si è consumato l’ennesimo strappo col governo. Presenti i leader dei gruppi parlamentari ed extraparlamentari di Pd, Movimento 5 Stelle, Sud chiama Nord, Controcorrente, Alleanza Verdi Sinistra, Italia Viva, Progetto Civico Italia, Spazio civico, PSI, +Europa e Più Uno. Si sono presentati compatti, davanti ai taccuini dei cronisti, per lanciare un ultimatum al presidente della Regione, Renato Schifani.

Il j’accuse di Palazzo dei Normanni

Il pretesto è l’ultimo terremoto giudiziario che ha colpito la sanità siciliana, comprese figure apicali vicine all’amministrazione. La critica delle opposizioni è, tuttavia, più profonda. Accusano il governo di essere ostaggio di faide interne alla maggioranza che bloccano riforme cruciali, dall’acqua ai rifiuti. E nella stessa sanità: tra liste d’attesa interminabili e caos nomine, definiti «un insulto ai cittadini». A cui segue l’annuncio della presentazione formale di una nuova mozione di sfiducia, dopo quella tentata a novembre. Sebbene i numeri d’aula pendano ancora a favore del centrodestra, l’obiettivo politico è chiaro: stanare i franchi tiratori e logorare la tenuta della coalizione. Il tutto mentre pure l’ex presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, dichiara di aver «sollecitato il presidente Schifani ad avviare una radicale opera di risanamento nel governo e nell’apparato burocratico. Ha l’autorevolezza per compierla e certo non gli verrà meno il contributo forte e incondizionato degli autonomisti».

Più dirette le opposizioni: «Lo diciamo da sempre: la sanità regionale è piegata al clientelismo e alla gestione del potere – afferma il segretario regionale del Pd, Anthony Barbagallo -. Questa indagine è il punto di non ritorno. Per questo chiediamo a Schifani di assumersi le sue responsabilità e staccare la spina al governo». «Noi non possiamo solo criticare quello che non va di questo centrodestra – aggiunge il coordinatore del M5s siciliano, Nuccio Di Paola -. Abbiamo il dovere di costruire, con lo sforzo di tutti, un’alternativa. Dobbiamo restare uniti e coesi da qui ai prossimi mesi che ci porteranno alle elezioni». «Chiediamo le dimissioni immediate , prima che il disastro sia irreparabile», dichiarano tutti insieme i capigruppo.

L’annuncio di La Vardera: l’ipotesi sul ritorno di Nello Musumeci

Dimissioni o meno, «Giorgia Meloni avrebbe deciso di anticipare il voto per la presidenza della Regione siciliana a settembre 2026, puntando su Nello Musumeci: ormai è la stessa maggioranza che vuole sfrattare Schifani», dice Ismaele La Vardera, leader di Controcorrente, riavvicinandosi al resto delle opposizioni, dopo l’annuncio di candidatura libera. Il riferimento è alle pesanti dichiarazioni della premier da Roma, che sembrano quasi scavalcare l’attuale governatore, aprendo a scenari di successione. Meloni, incalzata sulla tenuta della Sicilia, ha speso parole di forte stima per l’attuale ministro della Protezione civile Nello Musumeci. Lasciando intendere che, in caso di un ritorno anticipato alle urne, ipotesi che circola con insistenza, Musumeci rappresenterebbe «una garanzia di continuità e onestà per l’Isola».

A chi conviene il voto anticipato per la Regionali

Anticipare il voto a settembre permetterebbe a Fratelli d’Italia, innanzitutto, di capitalizzare il consenso. Sfruttando la scia dei sondaggi nazionali, prima che l’usura del governo centrale possa incidere. Ma, soprattutto, di risolvere il nodo Sicilia con la chiusura della parentesi Schifani, spesso percepita come troppo vicina agli equilibri di Forza Italia. Per riportare la Regione sotto l’egemonia di FdI. Siamo, evidentemente, di fronte a una manovra a tenaglia. Da un lato, l’opposizione siciliana che cerca di abbattere le mura di Palazzo d’Orleans, usando la via parlamentare. Dall’altro, Roma che sembra pronta a sacrificare Schifani sull’altare di una nuova stabilità, guidata da un fedelissimo della premier. La domanda, ormai, non è più se il governo Schifani stia traballando. Ma se riuscirà ad arrivare alla fine dell’estate senza che qualcuno, nel suo stesso schieramento, decida di staccare la spina anticipatamente. In un modo o nell’altro, portando la Sicilia al voto.


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