Processo omicidio Agata Scuto, nessuno degli imputati per favoreggiamento parla in aula

È durata solo pochi minuti l’udienza di oggi del processo per l’omicidio della 22enne disabile di Acireale Agata Scuto in cui è imputato l’ex compagno della madre, Rosario Palermo. Nell’aula della corte d’Assise del tribunale di Catania avrebbe dovuto essere il giorno dell’esame di Sebastiano Cannavò, l’amico imputato in un procedimento connesso per favoreggiamento, e di Rita Sciolto, la donna che con Palermo ha avuto una relazione che risale a circa 18 anni fa – ed è, dunque, precedente a quella con la madre della vittima – e da cui ha avuto due dei suoi nove figli. Il primo si è avvalso della facoltà di non rispondere – come aveva già fatto, nel corso della scorsa udienza, anche l’attuale compagna dell’imputato Sonia Sangiorgi – la seconda, invece, che è imputata in questo stesso procedimento per il reato di favoreggiamento, non si è proprio presentata in aula. La prossima udienza del processo è già stata fissata per la mattinata di martedì 16 maggio, quando ci sarà l’esame dell’imputato. Ed è stato lo stesso Palermo, presente come sempre anche oggi nella cella dentro l’aula del tribunale, a confermare la propria intenzione di rispondere alle domande del pubblico ministero e degli avvocati di parte.

Da quando è stato aperto il processo, a distanza di otto anni dalla scomparsa di Agata Scuto (avvenuto il 4 giugno del 2012) e senza che il suo corpo sia mai stato ritrovato, Palermo si è sempre professato innocente. Per l’accusa avrebbe ucciso la ragazza che avrebbe aspettato un figlio da lui. Il condizionale è d’obbligo visto che non esistono prove ma la presunta gravidanza è stata desunta dalla madre a cui la 22enne, poco prima di scomparire, avrebbe confidato che da due mesi non aveva più il ciclo mestruale e da una frase scritta sul suo diario personale: “Mamma cornuta“. Un quaderno, però, che la stessa madre ha ammesso di non avere conservato. Dopo la riapertura delle indagini sul caso, tutti i sospetti si sono concentrati su Palermo che «avrebbe cercato anche di inquinare le prove – avevano spiegato gli inquirenti in giorno del suo arresto – ottenendo da alcuni conoscenti la conferma del suo falso alibi e predisponendo una messa in scena per simulare delle tracce per giustificare il fatto che il giorno della scomparsa della 22enne si era gravemente ferito a una gamba». Mentre erano ancora in vigore le restrizioni dovute alla pandemia legata al Covid-19, Palermo avrebbe cercato di nascondere sull’Etna un tondino di ferro sporco di sangue.

Non solo questo, sulla sua posizione pesano pure dei monologhi che Palermo fa in macchina immaginando di essere davanti a un giudice e a una decisione che contempla entrambe le opposte decisioni possibili: «Ti prendono e ti danno l’ergastolo», dice parlando da solo prima di fantasticare su una sua eventuale assoluzione: «Adesso sei libero, lo abbiamo capito che non sei stato tu ma è stato […]». Al posto dei puntini di sospensione, a questo punto, Palermo fa il nome e il cognome di una persona in carne e ossa che conosce e che era in rapporti anche con la vittima. Nello stesso monologo registrato, l’imputato esprime anche il timore che il corpo della ragazza – che per gli inquirenti è stata strangolata e poi bruciata – possa essere ritrovato in un casolare nelle campagne di Pachino. Una zona che l’imputato avrebbe frequentato in quegli anni alla ricerca di lumache e erbe spontanee da raccogliere e poi vendere.


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