Sulla scrivania dei senatori è arrivato un dossier che pesa più di un macigno. È quello sui 43.279 progetti finanziati da 12,73 miliardi di euro del Pnrr: con una percentuale di completamento che, a poche settimane dalla scadenza al 30 giugno 2026, inchioda la Sicilia al ruolo di fanalino di coda. L’analisi dei numeri scompone […]
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La Sicilia fanalino di coda del Pnrr in scadenza: numeri, province e responsabilità politiche
Sulla scrivania dei senatori è arrivato un dossier che pesa più di un macigno. È quello sui 43.279 progetti finanziati da 12,73 miliardi di euro del Pnrr: con una percentuale di completamento che, a poche settimane dalla scadenza al 30 giugno 2026, inchioda la Sicilia al ruolo di fanalino di coda. L’analisi dei numeri scompone le responsabilità politiche e raccoglie le voci di chi denuncia il rischio concreto di un’occasione storica che si trasforma in fallimento.
La radiografia di un ritardo: i numeri chiave
Il bilancio dei fondi Pnrr della Sicilia, fornito dallo studio aggiornato a ridosso della scadenza, è impietoso. Con solo il 12,6 per cento di progetti conclusi, l’Isola si posiziona ben al di sotto della media italiana. Già deludente con il 18,4 per cento di spesa effettiva. Peggio dell’Isola fanno solo Molise (12,3 per cento) e Liguria (7,9 per cento), regioni però con dotazioni finanziarie decisamente inferiori. La fotografia scattata dal Servizio studi di Camera e Senato mostra un’Italia spaccata. In cui regioni come il Trentino-Alto Adige (34,2 per cento) e la Lombardia (29,8 per cento) corrono, mentre il Meridione arranca. Su quasi 12,73 miliardi di euro di finanziamenti, solo 1,6 miliardi risultano effettivamente spesi in progetti ultimati. Oltre l’87 per cento delle risorse è ancora in una fase di lavorazione o, peggio, di stallo amministrativo.
La mappa delle contraddizioni: capoluoghi vs province
L’analisi territoriale rivela un paradosso tutto siciliano. Le province che gestiscono le fette più consistenti della torta finanziaria sono anche quelle che mostrano le maggiori difficoltà. Palermo, con un budget colossale di circa 3,74 miliardi (10.748 progetti), ha certificato come conclusi solo il 13,9 per cento degli interventi, pari a 292 milioni. A Catania, invece, va la maglia nera regionale. A fronte di 2,9 miliardi assegnati, ha speso solo il 10,7 per cento (310,3 milioni). Dal canto loro, Agrigento e Caltanissetta danno una lezione di efficienza. Con budget molto più contenuti (1,02 miliardi), Agrigento raggiunge un lusinghiero 23,1 per cento di progetti conclusi. Mentre Caltanissetta svetta con il 31,5 per cento dei fondi già impiegati.
Schifani tra elogi pubblici e severe note interne
Nonostante i dati allarmanti, le dichiarazioni ufficiali del presidente della Regione Renato Schifani restituiscono un’immagine di dinamismo. In un recente intervento a Siracusa, Schifani ha elogiato l’effetto sulla sanità. «Grazie alle risorse del Pnrr stiamo imprimendo un’accelerazione senza precedenti alla trasformazione digitale della sanità regionale», dice. Il riferimento è al Fascicolo sanitario elettronico 2.0 e ai nuovi modelli predittivi per le liste d’attesa. Affermazioni che, tuttavia, stridono con i dati oggettivi sui cantieri fisici e con il tono delle sue stesse missive interne. Già nell’ottobre 2025, Schifani aveva inviato una nota severa a 14 dirigenti generali e 9 assessori. Per sollecitare «una netta accelerazione sull’avanzamento della spesa», paventando il rischio di sanzioni economiche. Una preoccupazione, quella della spesa, confermata dal fatto che, a quella data, le erogazioni in Sicilia erano ferme al 32,72 per cento del totale.
L’allarme dei sindaci e il rischio cattedrali nel deserto
A rendere il quadro ancora più fosco è l’allarme lanciato da Anci Sicilia e associazioni locali. Il rischio non è solo che i fondi non vengano spesi in tempo, ma che vengano usati per opere inutili o insostenibili. A denunciare alla Corte dei Conti un caso emblematico è Vincenzo Lapunzina, presidente dell’associazione Tutela Madonie. Le Case di comunità previste nei piccoli Comuni delle Madonie – come Petralia Sottana e Polizzi Generosa – rischiano di restare scatole vuote per mancanza di personale medico e infermieristico. Il concetto è brutale: «I fondi del Pnrr non sono un dono, ma un prestito». Indebitarsi per realizzare strutture che non producono Pil né servizi è un’ipoteca sulle future generazioni. Su scala più ampia, intanto, l’Ance Sicilia segnala come anche il caro-materiali metta a rischio 755 cantieri attivi nell’isola. Di cui 273 legati proprio al Pnrr, per un valore complessivo di oltre 14 miliardi.
La scadenza e le responsabilità politiche
Ormai prossimi alla scadenza europea per la rendicontazione prevista al 31 agosto 2026, il dibattito si è spostato sui responsabili del fallimento. Il senatore del Pd Antonio Nicita, commentando lo studio sul Pnrr in vista scadenza, punta il dito su un doppio livello di inadeguatezza, da Roma alla Sicilia. «La prima responsabilità è del governo di Giorgia Meloni, che ha trasformato la governance del Pnrr in un esercizio di centralizzazione muscolare – dice -. La seconda è del governo Schifani, che ha ereditato una macchina regionale fragile e l’ha lasciata tale». Un’analisi che trova eco nelle ultime mosse del governo nazionale. Costretto a varare un decreto-legge per snellire le procedure e tentare un recupero in extremis, consapevoli che gran parte degli obiettivi potrebbero non essere raggiunti in tempo. Perdendo la più grande iniezione di risorse dal dopoguerra. E sancendo una pesante sconfitta politica, nazionale e locale, e generazionale.