Messina Denaro, la latitanza e le “protezioni eccellenti” Borsellino: «La Principato doveva dire i nomi»

Di fronte ai toni trionfalistici dei commenti suscitati dall’arresto, lo scorso 3 agosto, di 11 fedelissimi del super latitante Matteo Messina Denaro, seguite dai soliti annunci roboanti riguardo la cattura imminente del boss numero di Cosa nostra c’è chi, contro corrente, si dice perplesso, e solleva qualche obiezione. È il caso di Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso dalla mafia nella strage di via d’Amelio il 19 luglio di 23 anni fa, leader del movimento delle Agende rosse. Al quale proprio non sono andate giù le affermazioni del procuratore aggiunto Teresa Principato che, riferendosi al boss trapanese, ha detto: «Gode a tutt’oggi di forti protezioni molto importanti, ad alto livello».

Per Borsellino, infatti, forse sarebbe stato meglio se l’aggiunto Principato avesse detto «da che parti vengono queste protezioni. D’altra parte – dice Salvatore Borsellino a MeridioNews – un magistrato farebbe meglio a non parlare delle inchieste in corso». Duro il giudizio del leader delle Agende rosse, per il quale la cattura di queste persone «non è stato un successo». «Se li hanno arrestati – chiarisce – vuol dire che il filo conduttore che li legava a Messina Denaro si è interrotto, altrimenti sarebbe stato meglio seguirli per arrivare a lui». Comunque, Borselllino non si dice «stupito» della dichiarazione della Principato perché si parla sempre della «stessa rete di protezioni che in passato ha tutelato altri boss come Provenzano o Riina, gettando un’ombra sui passaggi più oscuri del nostro passato. Non a caso la storia dell’Italia, che dovrebbe esser democratica, è stata determinata a colpi di bombe. Cosa ci si aspetta da un Paese in cui mio fratello è stato ucciso perché con lui la trattativa non sarebbe mai andata avanti?».

Proprio la recente decisione della Procura di Caltanissetta di chiedere l’archiviazione dell’indagine sui tre dirigenti di polizia indagati per concorso in calunnia aggravata, gli investigatori indicati da Scarantino, obbligato ad autoaccusarsi della strage in cui morirono il fratello di Salvatore e cinque uomini della scorta, ha riaperto in Borsellino una ferita ancora sanguinante: «Mi sarei aspettato tutt’altro – sbotta – sicuramente non che dopo tanti anni venisse archiviata l’indagine su questo filone. Ritengo che tale scelta sia scaturita in seguito all’interrogazione parlamentare del deputato del M5S Giulia Sarti al ministro della Giustizia Orlando, che non poteva far altro che chiedere chiarimenti alla Procura sullo stato delle indagini». Secondo Borsellino la Procura, a quel punto, ha deciso «frettolosamente di archiviare», altrimenti non avrebbe potuto giustificare «il tempo eccessivo» trascorso dalle indagini. 

«Forse sarebbe stata pure passibile di provvedimento disciplinare – ragiona – il gip, fortunatamente, deve valutare sull’ammissibilità di tale posizione. Spero la rigetti – conclude – perché si tratta di un altro tassello che riguarda la verità e la giustizia sulla strage di via d’Amelio e il depistaggio che poi ne è seguito si perderebbe se la richiesta venisse accolta».


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C'è chi storce il naso davanti ai toni trionfalistici dei commenti suscitati dall'arresto, lo scorso 3 agosto, di 11 fedelissimi del super latitante trapanese. È il caso del fratello del giudice ucciso dalla mafia nella strage di via D'Amelio. Stupore anche riguardo la recente richiesta della Procura di Caltanissetta di archiviare le posizioni dei tre dirigenti di polizia indagati per concorso in calunnia aggravata: «Una decisione frettolosa»

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