Uccise la figlia di cinque anni, per i consulenti della Corte era «capace di intendere»

Martina Patti era capace di intendere e di volere e, quindi, è imputabile. È la conclusione dei due periti nominati dalla Corte d’Assise d’Appello di Catania, dopo l’impugnazione della sentenza di condanna in primo grado a trent’anni da parte della difesa della donna. La 26enne reaconfessa è accusata di avere ucciso, con 16 coltellate, la figlia di quattro anni Elena Del Pozzo, di avere occultato il suo cadavere in un terreno vicino casa a Mascalucia (in provincia di Catania) e di avere inscenato il suo finto rapimento. La donna ha assistito all’udienza di questa mattina in videocollegamento dal carcere di Bicocca, dove è detenuta dal giugno del 2022.

La perizia su Martina Patti: capace di intendere

«È emerso un disturbo di personalità senza altra specificazione, quindi, l’imputata è in grado di partecipare al processo». Così concludono lo psichiatra forense Roberto Catanesi, dell’università di Bari, e lo psichiatra etneo Eugenio Aguglia nella relazione della perizia psichiatrica collegiale che hanno depositato. Una conclusione opposta a quella del consulente della difesa, lo psichiatra Antonio Petralia, che oggi era presente nell’aula del tribunale di Catania. Era stato lui a parlare di «infanticidio altruistico» compiuto da Martina Patti in una «bolla dissociativa» che ne avrebbe compromesso le capacità di intendere e di volere.

«I test non sono analisi del sangue»

«Nessuna carenza, nessuna lacuna, è stata collaborativa, disponibile e partecipativa». Così i due periti descrivono la donna con cui in carcere hanno avuto due incontri durante i quali le hanno anche somministrato due test di personalità. Test che, come ammettono gli stessi consulenti nel corso dell’udienza, «non sono analisi del sangue». Si tratta piuttosto di «uno strumento complementare da confrontare con altri elementi». Insomma, come un pezzo di un puzzle che poi deve combaciare con gli altri. Dagli incastri dei periti, emerge che Martina Patti «ha un disturbo non primario, una disarmonia della struttura della personalità, ma non abbiamo riscontrato elementi riconducibili a condizioni patologiche. E non c’è – aggiungono – nessuna testimonianza di uno scompenso psicotico all’epoca dei fatti. L’amnesia psicogena insorge in un secondo momento e, scientificamente, non si può dire se sia vera o no». I due consulenti analizzano poi, davanti alla corte, quanto hanno potuto ricostruire sulla personalità di Martina Patti.

Parlano di «incapacità di resistere alle frustrazioni», di «difficoltà nella contrapposizione tra i fallimenti della sua vita (relazionale e universitaria) e la sua famiglia» che definiscono «del Mulino bianco». Ammettono di avere avuto di fronte «una ragazza con una storia certamente sofferta». Il riferimento è alla relazione travagliata – e a tratti anche violenta – con il compagno Alessandro Del Pozzo. Il padre della bambina, che Patti aveva anche denunciato per maltrattamenti, nel 2018. Salvo poi ritirare la denuncia. Un quadro a cui si aggiunge, stando alle conclusioni dei periti, «un’incapacità di manifestare all’esterno le proprie difficoltà» e «una costante colpevolizzazione di se stessa».

«Bolla dissociativa» o «amnesia psicogena»?

Per lo psichiatra Petralia, Martina Patti avrebbe ucciso la figlia dopo essere entrata in una «bolla dissociativa». Una locuzione, quella del consulente di parte, che oggi viene definita «impropria» dal punto di vista psicopatologico dal professore Aguglia. «Si può accettare in modo metaforico», dice rispondendo a una delle domande degli avvocati della difesa, Tommaso Tamburino e Gabriele Celesti. I periti della Corte, invece, parlano una «amnesia psicogena dissociativa». Un meccanismo inconscio di rimozione per difendersi da un episodio riconosciuto come estremamente grave, al punto di essere inaccettabile.

«Non è un interruttore che si accende e si spegne», sostengono i periti convinti che, comunque, non possa incidere sulle capacità cognitive e di coordinamento. «Se ci fosse stato un elemento dissociativo nei termini della psicosi – sottolineano – l’operato, da quando si vede le mani sporche di sangue, non sarebbe stato sequenziale». In sintesi, per loro non c’è delirio, non ci sono allucinazioni e nemmeno uno stato confusionale. «C’è, invece – sostengono Catanesi e Aguglia – una realtà di consapevolezza: Martina Patti si dispera, piange, entra in macchina e dà colpi di testa sullo sterzo. Poi – continuano – va a casa, si lava e si cambia. Ed elabora una teoria di difesa con il rapimento. Dov’è – di chiedono i periti – la dissociazione?». La donna ha sempre raccontato di avere inscenato il rapimento della figlia, da parte di un commando armato, per l’iniziale incapacità di confessare alle persone care ciò che aveva commesso.

Il «figlicidio altruistico»

«Non volevo soffrisse come me, ho pensato di toglierci la vita insieme». Lo aveva detto la stessa Martina Patti durante le dichiarazioni spontanee al processo di primo grado. Il consulente della difesa aveva sintetizzato con la locuzione «figlicidio altruistico». I periti della Corte, però, non condividono questa ipotesi. «Non è vero – sostiene Aguglia – che è poi venuta meno l’energia necessaria a concludere il percorso». Quello che dall’infanticidio della figlia avrebbe dovuto portare al suo suicidio. «Non si è esaurita perché ha fatto cose per cui serve notevole energia psichica e fisica. Dovevano rimanere la motivazione, l’intento, la voglia di sopprimersi. Che, invece, dopo i fatti non esistono. La donna – conclude – non dice di avere pensato al suicidio in modo concreto». In sostanza non dice come, dove e quando. Eppure, proprio il giorno prima di uccidere sua figlia, Martina Patti per tre volte digita la stessa frase sulla barra di ricerca del browser del suo cellulare: «Bevi candeggina si muore».

Leggi lo speciale di MeridioNews sull’infanticidio di Elena Del Pozzo.


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