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La mafia e il business nascosto dell’olio esausto: tra caponata e patatine fritte

Olio vegetale esausto prodotto da ristoranti, pizzerie, panifici e pub, ritirato gratuitamente e poi smaltito e rigenerato attraverso sofisticate procedure chimiche per essere immesso nuovamente sul mercato. Sarebbe questo l’ultimo business della criminalità organizzata. Dal clan dei Casalesi alla mafia di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, sono diversi i riscontri giudiziari in questa direzione. Un capitolo specifico riguarda l’indagine che la scorsa settimana ha portato a 35 misure cautelari. A fiutare l’affare, secondo la ricostruzione della procura nissena, sarebbero stati i fratelli Alberto e Sergio Musto, ritenuti elementi di spicco di Cosa nostra all’interno del mandamento di Gela.

Per portare avanti il loro piano e cercare di monopolizzare il settore del ritiro degli oli esausti a Niscemi, i fratelli Musto avrebbero stipulato accordi con due aziende: prima la Think Green di Favara, in provincia di Agrigento, e poi con la catanese Sicilgrassi. Per ogni mille litri di olio raccolto, i Musto, stando a quanto sostenevano nelle intercettazioni, avrebbero guadagnato dai 400 ai 600 euro. L’obiettivo era quello di «stringere tutti in paese», ossia costringere i commercianti di Niscemi a stipulare contratti per lo smaltimento dell’olio. A occuparsi della raccolta sarebbero stati personalmente i due fratelli, lasciando alle società coinvolte soltanto l’ultima parte del lavoro e la garanzia di avere un lungo elenco di clienti.

Come funzionava il sistema di raccolta

«Così quando loro scendono – dicevano riferendosi alle ditte specializzate – si trovano i bidoni. Altrimenti dovrebbero venire da Catania e fare tutto il giro del paese. Così in dieci minuti hanno fatto tutto». Un’attività che, secondo quanto emerge dalle intercettazioni, non avrebbe richiesto particolare fatica: «Che hai fatto quando hai preso due bidoni? Hai preso due bidoni qua, due là… mille euro… cadono mille euro». Secondo gli inquirenti, i due fratelli sarebbero effettivamente riusciti a monopolizzare il settore imponendo, forti della caratura criminale, contratti di servizio per il ritiro degli oli esausti.

«Io ho tutte le attività – rimarcava in un’intercettazione Alberto Musto – Ho i Ferrara che mi fanno la caponata, mi fanno solo loro mille litri d’olio. Infatti gli ho fatto portare la vasca grande da mille litri». Dalla caponata alle pizzerie, senza dimenticare le attività specializzate nelle fritture: «Quelli che fanno patatine fritte non li mettiamo? Fanno patatine da asporto, tutte le paninerie e le pizzerie le dobbiamo fare».

Il passaggio da una società all’altra

Come accennato, la prima società che avrebbe beneficiato dei servizi di Cosa nostra sarebbe stata la Think Green di Favara, in provincia di Agrigento. Grazie ai fratelli Musto, l’azienda sarebbe riuscita a inserirsi nel territorio di Niscemi. Un connubio criminoso che però si sarebbe poi interrotto per i contrasti tra i Musto e il responsabile della ditta. Quest’ultimo sarebbe stato ritenuto colpevole, tramite alcuni dipendenti, di avere prelevato fusti di olio esausto senza la preventiva autorizzazione del clan. La rottura della partnership avrebbe poi determinato l’ingresso in scena di una nuova società: la Sicilgrassi di Catania. Secondo i pubblici ministeri, sarebbe stata proprio l’azienda etnea ad avvicinare i Musto dopo avere ricevuto alcune disdette dei propri contratti su Niscemi. Tramite un dipendente, l’accordo sarebbe stato presto raggiunto. «Considera che ogni mille litri ci danno 600 euro – spiegava uno degli indagati – Non ho fatto un cazzo».


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