Jamba racconta il suo rap palermitano Dagli scalini di via Aquileia al disco Hcx

C’era un tempo in cui il rap in città trovava rifugio sui gradini di Via Aquileia o di fronte i cancelli del Teatro Politeama. C’era un tempo in cui sotto il porticato di piazzale Ungheria sembrava di stare ad Harlem. C’era un tempo in cui esistevano le convention di writing, le battle di freestyle per strada.

Soprannomi, epoche, memorie, anche il nostro protagonista di oggi è riuscito a venirne fuori allo stesso modo. Il suo nome d’arte è Jamba e lo abbiamo incontrato e coinvolto in concomitanza con l’uscita del suo ultimo disco: HCX è il titolo e Detoxrecordz l’etichetta che ha scelto di produrlo.

«Le prime feste in casa, il groove dato dal cutting dei Dj, frequentavo gli scalini in via Aquileia, era il periodo de il 5°Ghetto, di Miniera Sicula, TDVKlan, formazioni locali. Eravamo tutti in fissa per i Sangue Misto (SXM) e la Rapadopa. Ascoltavamo roba americana tipo Nas, BIG, PDiddy, 2Pac, NWL ma erano tutte singole track buttate dentro nastri che ci giravamo tra noi».

«In via Aquileia stavamo ogni sabato, lì conobbi tutto. C’era l’HipHop, il TripHop e il Raggamuffin (perlopiù Italiano/Siciliano). C’erano ragazzi provenienti dal ponte di villa Trabia (già luogo di ritrovo per skaters e writers) c’erano elementi come Off (TDVKlan) Guaio (MS) mio fratello Bras (5°Ghetto) Deka (5°Ghetto) che davano lezioni di freestyle tutto il pomeriggio e io ero infuocato. Gente come massimo Dam, Lento, Dhiso B davano lezioni di stile sul lineolum. Insomma era il mio HipHop a Palermo».

Ogni rapper parla del suo rap, ogni rapper vive di un proprio immaginario dove collocarsi come protagonista e parte di un grosso collettivo, ogni rapper appella se stesso con un tag e anche a Palermo ne abbiamo avuto prova e ne abbiamo storia. «Scoprii l’hiphop in maniera diretta, grazie alla scena in città. Preso bene dal suono e dallo stile iniziai a cercare roba da ascoltare, dai classici dei Public enemy e Run-Dmc ai dischi passati su nastro dai dj con robe diverse: Nas, 2Pac, Dre, Wu-Tang. I miei artisti preferiti di sempre sono MethodMan, Nas, Rock degli Heltha Skeltha, Sean Price».

Jamba fa parte di una crew storica del nostro sostrato underground cittadino, la Gotaste Family. Attivo musicalmente circa dal 1998, nel 2001 crea i DualShok insieme a Bras. Due anni dopo viene prodotto il demo del gruppo dal titolo DualShok. Crescono le possibiltà di esibirsi e di collaborare all’interno dei progetti di Gotaste che si realizzano, come Attitudine al micro di Bras, o Blocknotes di Stokka&Buddy.

Si diploma come Tecnico della gestione aziendale, studia dal 2002 al 2007 alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo laureandosi in Scienze e Tecnologie dello Spettacolo. Filmaker attivo dal 2005, realizza il videoclip di Heavy Days, brano di Bras feat. Jamba, e nel 2006 quello di Nero Inferno, brano di Stokka & Buddy.

«Ho messo tantissimo in ognuno dei miei dischi ed anche in questo. Per me un disco è il raccoglitore di un determinato periodo della mia vita, tutto va a finire lì dentro. Io vengo dalla musica poi passando per gli studi di cinema, iniziando proprio per la naturale esigenza di dovere fare videoclip per il gruppo. È inevitabile il legame con la musica. Ci vuole metodo e bisogna sapersi muovere e a Palermo non è facile crescere in fretta professionalmente. È chiaro che il rapporto con i videoclip musicali dei miei brani è sempre emotivamente troppo coinvolgente».

Il rap a Palermo con in tutto il resto della penisola ormai da un paio d’anni sta vivendo gloriosi momenti e un’espansione notevole grazie anche al inserimento del genere in vari contesti televisivi ed è divenuto in qualche modo un punto di riferimento per l’ultimissima generazione che distante dal solito cantautorato tenta oggi di scontrarsi con questo genere meno per conoscere e più per sfondare.

«Non guardo la tv, di riflesso la leggo sui social. Non mi piace la gente, mi confonde. Ho i miei punti di riferimento per portare avanti le riflessioni importanti sulla musica ed il lavoro. Se ho bisogno di risposte cerco dei confronti diretti, anche con i più giovani con i quali bisogna mantenere un rapporto di scambio. C’è sempre qualcosa di buono in giro. La massificazione dell’hiphop ha portato alla spettacolarizzazione dello stile rap con diverse evoluzioni. Su certi canali ha perso la sua sporca forza senza rispetto ma su altri no. C’è spazio per tutti, basta saper scegliere. Se hai un intrinseco interesse per la musica non ti limiti certo a guardare i talent. Penso che oggi l’ascoltatore sia diventato un pò troppo spettatore». Parole forti, un impatto che tramite la musica cerca di trasportarti sul sociale vivere quotidiano, questa è la forza del rap e forse l’ascolto del nuovo disco di Jamba potrebbe illuminarci e darci dei nuovi input.


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