In vendita l’ex chiesa di Santa Maria Maggiore Via libera da Soprintendenza, ma fissa paletti

Un cartello ‘vendesi’ potrebbe presto essere collocato sulla facciata dell’ex chiesa di Santa Maria Maggiore nel quartiere dell’Abergheria, a Palermo. L’immobile, ormai ridotto a un rudere privo persino del tetto, versa da decenni in condizioni di abbandono e degrado, ma presto potrebbe essere ceduto e rinascere con una nuova destinazione d’uso. La procedura per l’alienazione dell’oratorio, infatti, è stata richiesta dall’attuale proprietario, l’Istituto Diocesano Sostentamento Clero di Palermo il 12 aprile scorso, come previsto dalla legge che disciplina i beni sottoposti a vincolo. Si tratta solo del primo passo per la cessione dell’immobile, ma gli uffici dell’assessorato regionale ai Beni culturali e dell’Identità siciliana – con un decreto pubblicato sul sito della Regione – hanno dato il via libera, dopo aver ricevuto il parere favorevole dalla Soprintendenza per i beni culturali e ambientali del capoluogo che hanno verificato «l’interesse culturale del bene», ma posto anche paletti molto stringenti.

«È una procedura di routine – spiega l’architetto Lina Bellanca, dirigente della Soprintendenza per i beni culturali ed ambientali di Palermo – La legge prevede che per poter essere messo in vendita, occorre prima verificare l’interesse culturale dell’immobile: e la verifica passa attraverso una procedura del nostro ufficio vincoli». Precedentemente, con le vecchie leggi di tutela, la vendita di un edificio di interesse culturale era decisamente più farraginosa ma, da quando lo Stato ha avuto la necessità di dismettere il patrimonio non avendo in alcuni casi le risorse per mantenerlo, si è introdotta la possibilità di cessione attraverso una procedura telematica mediante una verifica che comporta il decreto da parte della Regione.

«Prima, tutti i beni di proprietà pubblica che esistevano da più di 50 anni, erano soggetti a vincolo monumentale ope legis – prosegue – La recente normativa, che prevede la dichiarazione di interesse, ci consente di sapere chi è il proprietario attuale, l’eventuale acquirente, e prevede anche la possibilità dell’esercizio del diritto di prelazione. Si sono inseriti quindi una serie di elementi che consentono il controllo di questi passaggi». Anche in questo caso, nella relazione della soprintendenza si sottolinea come seppur fortemente degradato, l’immobile conserva «l‘individualità tipologica dell’edificio religioso ed è espressione del rinnovamento culturale dei primi del Seicento palermitano».

Gli uffici hanno pertanto autorizzato l’alienazione, ma alle seguenti condizioni: la destinazione d’uso deve essere «compatibile con il carattere storico e artistico e con la sua localizzazione nel contesto urbano», e deve essere assicurata la corretta conservazione del bene «mediante una coerente e programmata attività di prevenzione e manutenzione». La modalità dei futuri interventi di restauro e consolidamento, limitatamente alle strutture architettoniche esistenti e di contestuale riconfigurazione volumetrica e qualsiasi altro intervento, dovranno essere preventivamente approvati dalla Soprintendenza.

Una procedura aperta anche ai privati che sono sempre più attratti da questa tipologia di edifici: «Attraverso questi meccanismi – aggiunge -, il nuovo codice consente di seguire meglio la storia di questi immobili, per controllare nel tempo che non vengano stravolto nei vari passaggi di proprietà. Non tutto è negativo, anche nell’ottica di una cessione ai privati perché può essere un modo per farli contribuire a questa tipologia di immobili. Basta vigilare che ci sia un effettivo recupero e non uno stravolgimento del bene» conclude. 


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L’immobile, ormai ridotto a un rudere, potrebbe essere presto ceduto. La procedura per la sua alienazione è stata richiesta dall’attuale proprietario, l’Istituto Diocesano Sostentamento Clero. Gli uffici della Soprintendenza hanno verificato «l'interesse del bene», purché la destinazione d'uso sia «compatibile con il suo carattere storico e artistico»

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