Il clan Mazzei e la trattativa in Ungheria per le armi «Io facevo da interprete con due trafficanti ceceni»

«Harminc harom darab». Che tradotto dall’ungherese significa «trentatré pezzi». Un numero che il rivenditore di automobili Francesco Fiore avrebbe pronunciato al telefono per indicare un quantitativo di armi da ordinare. La chiamata, effettuata con un telefonino Blackberry, sarebbe partita dall’abitazione catanese di Sergio Gandolfo. Attualmente detenuto con l’accusa di essere l’ultimo reggente del potente clan mafioso dei Mazzei

Il carico, inizialmente destinato a Palermo, alla fine sarebbe arrivato a Roma, zona in cui Gandolfo vanta diversi contatti. «L’interlocutore – racconta Fiore ai magistrati – accettò la proposta e concordarono l’appuntamento per il giovedì successivo senza specificare il luogo esatto dell’appuntamento, forse perché a loro già noto». Sono questi alcuni dei nuovi dettagli sugli affari che avrebbero coinvolto Gandolfo tra Slovacchia e UngheriaUna storia che MeridioNews ha iniziato a raccontare nelle scorse settimane. Dopo che il nome di Gandolfo era finito, pur non essendo indagato, nell’inchiesta Camaleonte della procura di Caltanissetta.

Ulteriori spunti adesso arrivano grazie a un verbale che si trova nei faldoni dell’indagine Nuova famiglia. Quella in cui Gandolfo è stato condannato in primo grado a otto anni. A parlare con i magistrati è Francesco Fiore, un giovane imprenditore originario di Valverde che a Budapest ha trovato moglie e curato affari legati al mondo delle automobili d’importazione. E non solo. Secondo i suoi racconti in più occasioni avrebbe fatto da traduttore a Gandolfo per gestire il suo business. «Non faccio parte di gruppi criminali – precisa Fiore a verbale – ma presumo che lui si sia rivolto a me perché parlo sei lingue e mi ritiene persona pulita e affidabile». 

Il primo contatto tra i due sarebbe stato legato a un carico di cocaina che stava arrivando in Sicilia dall’estero. «Avrei dovuto parlare con questi stranieri perché Gandolfo voleva contrattare un prezzo minore rispetto a quello pattuito». La polvere bianca sarebbe transitata dall’Olanda, poi dall’Austria e infine a Catania «con la consegna prevista a San Giovanni La Punta». Ma il vero nodo del presunto legame tra l’imprenditore e il boss è quello delle armi. Ed è qui che ritornano i misteriosi nomi di Jushuf e Mohammed Nunajev. Due fratelli che vantano diversi contatti con colletti bianchi italiani. «Sono due ceceni che vivono a Budapest – precisa Fiore – che so essere legati alla mafia russa». Entrambi non risultano indagati e vengono indicati nei documenti come specializzati, almeno ufficialmente, nella vendita di materiale edile. 

Stando alla ricostruzione dell’imprenditore la richiesta dei trentatré pezzi via telefono sarebbe stata fatta proprio a uno dei fratelli Nunajev. Precedentemente incontrati da tutto il gruppo in un ristorante turco che gestirebbero nel centro di Budapest. «A un certo punto Gandolfo mi disse di chiedere a Nunajev se trattava armi e lui disse che poteva procurargli armi russe semiautomatiche per il prezzo di 15mila fiorini (circa 50 euro) tanto che Gandolfo fu subito molto interessato». L’affare alla fine, secondo il racconto di Fiore, si sarebbe concluso positivamente «anche se non posso affermarlo con assoluta certezza – precisa a verbale il dichiarante – non avendole viste e non essendomi stato detto con chiarezza». 


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