Rita Atria, in un libro il mistero irrisolto della «settima vittima» di via D’Amelio

Il 26 luglio del 1992 un corpo esamine viene rinvenuto senza vita sull’asfalto del quartiere Tuscolano, al civico 23 di viale Amelia a Roma. È quello di Rita Atria, una ragazza di appena 17 anni. Sette giorni prima la strage di via D’Amelio aveva messo fine all’esistenza dell’unico punto di riferimento che le era rimasto, il giudice che l’aveva strappata all’inferno di Cosa Nostra chiamandola affettuosamente a picciridda, Paolo Borsellino.

Una settimana dopo la scomparsa del suo padre adottivo, quella stessa ragazza che aveva avuto il coraggio di infrangere l’omertà e consegnare alla giustizia i segreti della mafia del Belice, precipita nel vuoto dal settimo piano dell’appartamento dove viveva sotto protezione. Ufficialmente si trattò di un suicidio. Un gesto di sconforto, si disse, di chi non aveva più alcuna speranza. Ma a più di trent’anni da quella domenica di luglio, la verità su quella morte è ancora tutta da scrivere, offuscata da una coltre di omissioni, errori giudiziari e interrogativi inquietanti che non hanno mai trovato una risposta.

La settima vittima di via d’Amelio

A cercare la strada che porta ad una possibile verità sulla morte di Rita Atria c’è un libro. Scritto da Giovanna Cucè, giornalista, e Nadia Furnari, vicepresidente dell’associazione antimafia Rita Atria. Rita Atria. La settima vittima di via d’Amelio, edito da Edizioni Mesogea Culture Mediterranee, è stato presentato nel corso della 17esima edizione di Una Marina di Libri a Palermo. Un incontro moderato da Beatrice Agnello cui hanno partecipato, oltre alle autrici, l’avvocato Goffredo D’Antona e Anna Maria Atria, la sorella di Rita. Un libro che cerca di rimettere insieme le tessere di un puzzle che, fino ad oggi, sono state sparse quasi ovunque. Ma non sulla strada che porta alla verità. Una verità negata che non può portare a nessun tipo di giustizia.

L’avvocato D’Antona, che segue il caso, elenca una serie di anomalie inquietanti. A partire dal fatto che Rita, 17enne, viveva sotto protezione. L’istanza ne descrive la condizione di abbandono a se stessa, senza supporto psicologico né una scorta adeguata, in uno stato di «fortissimo stress psico-emotivo». La perizia tossicologica, condotta quasi due mesi dopo la morte, riscontrò un tasso alcolemico dello 0,38 per cento nel sangue della giovane. Una quantità considerevole, che stride con l’assenza di qualsiasi bottiglia di alcolici nell’appartamento, come riportato nei verbali.

A ciò si aggiunge un pulizia da cima a fondo, priva di tracce biologiche, eseguita nell’appartamento che fa pensare che Rita fosse in compagnia di qualcuno che l’ha fatta bere e poi ha rimosso ogni prova. Nell’abitazione, inoltre, non furono trovate impronte digitali, neppure quelle di Rita. L’unica eccezione fu un’impronta palmare sulla finestra, la cui comparazione con quella della vittima non fu mai effettuata. Nella camera da letto fu ritrovato un orologio da uomo, mai regolarmente acquisito agli atti come prova. E al contempo una rubrica telefonica fu prelevata da un commissario di polizia e mai più repertata, insieme ad altri oggetti.

Di sicuro c’è solo che è morta

Sembra proprio che, di sicuro, ci sia solo che Rita Atria sia morta. «È l’unica cosa sicura – spiega D’Antona -. Ma un’altra cosa sicura c’è: che è stata completamente abbandonata da chiunque. È stata essenzialmente abbandonata dallo Stato, lo stesso che la doveva tutelare e proteggere in segno di gratitudine per quello che stava facendo». «Emerge – puntualizza D’Antona – l’assoluta assenza degli uomini dell’Alto Commissario per la lotta alla mafia al quale una bambina di 17 anni, che aveva deciso di denunciare alla magistratura tutto quello che sapeva sulla mafia di Partanna, era stata affidata dal tribunale dei minori di Palermo, il 4 marzo del 1992».

Una frettolosa archiviazione e poco tempo dedicato alle indagini per definire con certezza la dinamica della sua morte. L’ipotesi che la morte di Rita Atria possa essere stata un omicidio volontario o quantomeno un’istigazione al suicidio è il cuore della richiesta di riapertura delle indagini presentata alla procura di Roma nel 2022, dall’Associazione Antimafia Rita Atria e dalla sorella della vittima, Anna Maria Atria. «C’è un’archiviazione per suicidio senza intervento di altri, che è una cosa un po’ tecnica, ma non trascurabile – prosegue D’Antona -. In realtà, senza indagini, tu puoi ipotizzare qualsiasi cosa. E indagini non ce ne sono state. Quanto meno, visto lo stato alcolico riscontrato, come abbiamo sempre evidenziato. E considerato che si trattava di una minore completamente abbandonata a se stessa, una ipotesi di istigazione al suicidio colposa diventa credibile».

Riaprire le indagini (mai fatte)

Sulla base di questi elementi, l’avvocato D’Antona ha chiesto che il fascicolo venga spostato nel registro dei reati contro ignoti, ipotizzando il reato di omicidio volontario o istigazione al suicidio. Nella richiesta si sottolinea che per un soggetto incapace di intendere e di volere, il reato di istigazione al suicidio non è passibile di prescrizione.

Oltre a elencare queste stranezze investigative e procedurali, l’istanza ha chiesto formalmente alla procura di Roma di riaprire le indagini sulla morte di Rita Atria; valutare l’ipotesi di reato, ritenendo che gli elementi raccolti potessero configurare i delitti di omicidio volontario o istigazione al suicidio ai danni di una minore; procedere contro ignoti per questi reati e disporre la riesumazione del corpo per sottoporlo a nuove analisi con le moderne tecniche scientifiche, come la ricerca di eventuali tracce di DNA sotto le unghie.


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