Grigio Perla. Prima tappa: Vigo

C’è chi dice che c’è qualcosa di teatrale nell’atteggiamento dei pescatori, come stanno in equilibrio a gambe aperte sulle barche vecchie e distendono le reti marroni spesse e salate.

Il loro corpo esprime un’armonia perfetta col silenzio delle 7 del mattino e non è semplice trovare altro soggetto più rilassato/rilassante di un mare schiumoso e denso che tiene in mano un uomo col suo lavoro.

 

I pescatori di Vigo avevano il volto rugoso e stanco ed io quasi provai vergogna quando mi ritrovai ad incrociarlo sulla piazzetta sovrastante il porto. Beh, lo zaino rosso che portavo sulle spalle ed i miei capelli spettinati d’autobus erano tratti inequivocabili di una presuntosa spedizione turistica, ma provai a mantenermi il meno invadente possibile soprattutto di fronte all’animo sensibile e melanconico di quelle terre atlantiche di Spagna. Forse le meno conosciute, forse le meno appetibili, forse le più tristi. Quelle che io etichettai come “Grigio Perla”, perchè è di questo colore  il cielo che si riflette sul mare, sui volti, sulle case, su tutto.

 

Così ingoiai un po’ d’aria fredda e mi rimisi nelle rúas del casco vello, con i muri ossidati e incrostati di salsedine.

 

Passai per la via dei cesteiros rimanendo anch’io intrecciato tra le centinaia di intelaiature di vimini delle ceste esposte a formare toccanti giochi cromatici e così attraversai le antiche Plazas de Almeida e De la Constitución fino a raggiungere il Mercado da Piedra dove il brusio di acquirenti e venditori componevano croccanti eco e risuonavano nel vento abitante geloso di quei luoghi. Entrai ma uscii subito, solo per dare un’occhiata a quello strano bazar di vestiti al chiuso. Poi, appena fuori, sentii una voce che richiamò la mia attenzione con un tono oscillante e patetico ma recitato a meraviglia. Era una delle cinque donne dai capelli brizzolati e dal camice bianco appena sporco che con un banchettino di pietra grigia posto di fronte a se, sgusciava ostriche per i passanti, volteggiando coltellacci con un’abilità invidiabile.

Carlotta era sempre al mio fianco con la sua curiosità travolgente e fu con questa che la vidi superarmi e comprare un’ostrica da succhiare direttamente dal guscio. La vidi appagata anche se l’orario precoce non aveva ancora permesso che l’aroma dei caffè della stazione avesse abbandonato i nostri palati. Ma feci anch’io lo stesso rituale in quel caso, devo ammetterlo, per non essere da meno. La massaia d’ostriche, poi, ci ammiccò per bene e con il suo gallego ci illustrò la via da fare per recarci alla rua dei pulpeiros.

 

Vigo è una città strana, si ha la difficoltà a scinderla dalla sua dimensione esclusivamente portuale e marittima ed appare proprio come un lembo di terra strappato con prepotenza al mare o come uno di quei pantani d’acqua che non riescono del tutto a liberarsi dalla presenza invadente della terra. Il suo simbolo mitologico, Il Sireno, riesce a riassumere con efficacia questa mescola tra l’uomo e la natura, tra la civiltà ed il mare, da sempre in constante e complessa tensione.

Mentre ragionavo su questo, Carlotta tornò con un maglietta per me, era nera con su una banda blu che attraversava la scritta Nunca Máis.

Il 15 Novembre del 2002 la petroliera internazionale Prestige andò a fondo a largo della rías di Vigo con un carico di 77.000 tonnellate d’olio combustibile pesante.  La perdita del petrolio assunse ben presto la lunghezza di 37 Km ed un’ampiezza di 200metri fino a che, solo cinque giorni dopo, il petrolio coprì quasi 300 Km di costa arrivando a toccare anche i porti delle Asturie.

 

 

Quest’ultimo disastro naturale che colpì le coste galiziane fu un incubo terrificante per la popolazione e per le coscienze della società che si ritrovò a svegliarsi di soprassalto rispetto ad un rischio ecologico costante e calamitoso.

Nunca máis è un’organizzazione non governativa che, con l’aiuto di volontari, “scese” nelle spiagge per provare a sgrassarle dai densissimi ori neri in un procedimento opposto a quello dei ricercatori americani di pepite preziose. Presi la maglietta e la misi sulla mia non scordando da dove vengo e quanto il mare rappresenti per me e per la mia città.

 

Verso le 11 il vento si fece prepotente, aggressivo ed invidioso, pareva come se non volesse che il piccolo traghetto con noi dentro raggiungesse le Isole Cíes, splendido arcipelago che guarda negli occhi il porto di Vigo. Arrivammo in qualche minuto e quello che ritrovammo di fronte era un piccolo paradiso disabitato e un “mirador” privileggiato della splendida Ría di Vigo con le sue frastagliate braccia e insenature a fiordo. Le “isole degli dei” le chiamano storicamente e questo soprattutto per quel clima e quella temperatura diverse rispetto alla fredda terra ferma.

 

Il ritorno al porto fu precoce ma ci consolammo con il pulpo a la gallega, specialità di casa. Il suo gusto è magico, ti riempie e ti colora il palato con la spruzzata di paprika con cui è condito. Mangiarlo ci mise di buon umore e ci coccolò, ma poi la mattina raggiunse la sua maturità e noi la guardammo crescere preferendo, però, che le nostre gambe potessero rinfrancarsi con una doccia, a quel punto meritata.

 

Continua…

 


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