«Mio figlio è malato e in carcere sta peggiorando»: l’appello del padre di Paolo Montalbano

Un tumore raro all’ipofisi, una diagnosi psichiatrica grave e una condanna a cinque anni di carcere. Ma secondo il racconto della famiglia in mezzo a tutto ciò ci sarebbero anche le cure mai davvero avviate, perizie contestate e una lunga serie di trasferimenti tra carceri e strutture sanitarie. È la vicenda di Paolo Montalbano, oggi 25 anni, detenuto da febbraio 2023. Il padre Nino racconta a Meridionews una storia che solleva interrogativi sulla gestione sanitaria del caso: «Mio figlio è un malato grave. In carcere sta solo peggiorando»

Dallo sport alla malattia

Prima della malattia, racconta il padre, Paolo conduceva una vita normale. «Era un ragazzo che faceva sport agonistico, molto disciplinato. Alle medie ha preso il massimo dei voti e al liceo era il primo della classe». I primi segnali di un problema arrivano negli ultimi mesi di scuola. «Non riusciva più a concentrarsi. Così abbiamo deciso di fare degli accertamenti». Gli esami rivelano un valore molto elevato di cortisolo. Da lì emergerebbe la presenza di un tumore all’ipofisi, una patologia endocrina rara che altera il sistema ormonale e può provocare effetti importanti sia sul piano fisico sia su quello psichico.

Secondo la famiglia, Paolo viene visitato in diverse strutture, tra cui dei centri ospedalieri di Milano. I medici elaborano un piano terapeutico, ma il padre sostiene che la cura non sarebbe mai stata realmente portata avanti. «Gli avevano prescritto un farmaco specifico, il Cormeto 250. Ma gliel’hanno dato solo due volte. Poi basta. Questa malattia, di fatto, non è stata mai curata» riferisce ancora il padre.

Un deterioramento fisico e mentale

Il tumore ipofisario, se non trattato, può provocare uno squilibrio ormonale grave. Nel caso di Paolo, racconta il padre, le conseguenze sarebbero state pesanti. «Era un uomo di 110 chili di muscoli. Nel giro di poco tempo ha perso oltre 40 chili. Le mani gli sono diventate piccolissime, il corpo è cambiato completamente». Ma non solo, perché la malattia avrebbe avuto effetti anche sul piano psichiatrico.

«Queste patologie possono provocare depressione, allucinazioni, stati psicotici. Mio figlio ha sviluppato una psicosi ossessiva grave – riferisce ancora Nino Montalbano -. Abbiamo consultato medici di altissimo livello. Tra questi il professore Enrico Carmina, endocrinologo dell’Università di Palermo considerato tra i massimi esperti della materia, e il professor Daniele La Barbera, psichiatra del Policlinico universitario».

L’episodio che porta all’arresto

La vicenda giudiziaria nasce da un episodio avvenuto durante una visita medica. Secondo quanto ricostruito dal padre, Paolo avrebbe avuto un alterco con un medico. Da quell’episodio parte una denuncia per tentato omicidio. «Mio figlio non ricorda bene cosa è successo – dice il padre -. Era già in una situazione psicologica molto fragile».

Nel processo viene disposta una perizia psichiatrica. Il consulente nominato dal giudice riconosce alcuni disturbi, ma conclude che il giovane fosse comunque capace di intendere e di volere. La vicenda si chiude con un patteggiamento a cinque anni di reclusione.

La questione sanitaria di Paolo Montalbano

Secondo la famiglia, il nodo centrale del caso è la compatibilità tra le condizioni di salute del giovane e la detenzione. «Mio figlio ha una malattia endocrina grave e una patologia psichiatrica importante. Non dovrebbe stare in carcere», sostiene il padre. Dopo l’arresto, Paolo viene trasferito nel carcere Pagliarelli di Palermo e successivamente in una casa di cura a Sciacca.

Qui sarebbero emersi nuovi problemi legati alla gestione sanitaria. «Aveva bisogno di una dieta iperproteica prescritta dal medico – afferma il padre -. All’inizio ci avevano detto che l’avrebbero seguita. Poi gli hanno dato semplicemente il cibo della struttura e degli integratori per anziani». La situazione avrebbe dunque generato tensioni con il personale sanitario.

Il trasferimento in carcere

Dalla struttura sanitaria di Sciacca, il giovane viene trasferito nel carcere della stessa città. «Ci hanno detto che minacciava il personale – riferisce Nino Montalbano -. Ma mio figlio diceva che c’erano le telecamere e che si poteva verificare tutto». Il padre racconta allora di aver chiesto al proprio avvocato di acquisire i filmati di sorveglianza, ma i video non sarebbero stati recuperati in tempo. Da quel momento iniziano numerosi trasferimenti tra istituti penitenziari.

La famiglia racconta che negli ultimi due anni Paolo sarebbe stato spostato circa dieci volte tra diverse strutture. «Ogni volta si trova in mezzo a detenuti nuovi – chiarisce il padre – Se qualcuno lo provoca e lui si difende, poi dicono che è aggressivo». Dopo il carcere di Sciacca, il giovane viene trasferito a Catania. Più recentemente è stato portato nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto, dove esiste una sezione dedicata alla salute mentale.

La famiglia: «Chiediamo solo che venga curato»

«Adesso mio figlio non si fida più di nessuno. Gli cambiano continuamente le terapie e lui rifiuta di prendere alcuni psicofarmaci. Il rapporto tra lui e il personale sanitario è ormai compromesso». Per la famiglia, dunque, il problema resta quello originario, cioè la patologia endocrina che avrebbe innescato l’intero quadro clinico. «Con gli psicofarmaci curano i sintomi – sottolinea il padre -. Ma il problema vero è il tumore all’ipofisi».

La situazione ha avuto ripercussioni pesanti anche sulla famiglia. «Mia moglie è in cura per depressione e io non dormo più la notte. Noi abitiamo a Ribera quindi per vedere Paolo nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto, affrontiamo viaggi lunghi e costosi. Noi non possiamo più guidare e soltanto di taxi ci costa circa 300 euro a volta». Nino Montalbano insiste però su un punto: «Non stiamo chiedendo privilegi. Chiediamo solo che nostro figlio venga curato come qualsiasi altro malato».


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