Dimenticate i casolari di campagna, i pizzini e i pranzi a base di cicoria e ricotta del boss Bernardo Provenzano. Le latitanze 2.0 si consumano tra telefoni che squillano in continuazione, madri preoccupate che tempestano di chiamate i figli per assicurarsi che abbiano mangiato e richieste di ogni tipo: dalle lasagne «con il ragù buono» […]
Faida di mafia a Catania, non solo sparatorie: la latitanza tra cotolette, completini e mangiate
Dimenticate i casolari di campagna, i pizzini e i pranzi a base di cicoria e ricotta del boss Bernardo Provenzano. Le latitanze 2.0 si consumano tra telefoni che squillano in continuazione, madri preoccupate che tempestano di chiamate i figli per assicurarsi che abbiano mangiato e richieste di ogni tipo: dalle lasagne «con il ragù buono» alle cotolette fritte al momento, fino a qualche fetta di melone, rigorosamente bianco. Sono solo alcuni degli aneddoti emersi dall’inchiesta sulla banda che, la sera dell’11 giugno, è stata protagonista della sparatoria di piazza Beppe Montana, tra i quartieri Trappeto Nord e San Giovanni Galermo, a Catania.
Nei giorni scorsi la polizia ha eseguito cinque provvedimenti di fermo, ricostruendo come dietro il conflitto a fuoco si nascondesse una lotta interna al clan Cappello. A fronteggiarsi sarebbero stati due gruppi di giovani affiliati: da un lato quello guidato in tandem da Sebastiano Miano, detto Piripicchio, e Salvatore Pietro Gagliano, detto ‘u Puffu, già detenuto, dall’altro quello riconducibile ad Andrea Calabretta, quest’ultimo attualmente nel carcere Pagliarelli di Palermo.
La fuga della banda di piazza Beppe Montana
In manette sono finiti i fratelli Simone e Gabriele Gagliano, Eduardo “Eddy” Sparti, Giuseppe Salici e Orazio Nicolosi. C’è anche un sesto indagato, Sergio Giuffrida, che, secondo l’ipotesi della procura, avrebbe svolto il ruolo di factotum della banda. La sera stessa dell’agguato è stato invece preso Pasquale Licandro. Il gruppo dei fuggitivi, a eccezione di Licandro, Giuffrida e Simone Gagliano, è stato individuato dagli agenti a Floridia, in provincia di Siracusa, all’interno di una struttura ricettiva. Era l’ultima tappa di una latitanza piuttosto particolare, iniziata ad Adrano e proseguita tra Siracusa e Giardini Naxos, in provincia di Messina.
Per ricostruire spostamenti e dinamiche si sono rivelate fondamentali le intercettazioni telefoniche, a partire da quelle captate su un’utenza cosiddetta citofono. Il numero, intestato a un cittadino del Bangladesh, sarebbe stato utilizzato da Salvatore Pietro Gagliano direttamente dal carcere per comunicare con i fratelli e con l’indagato Sparti. Ma soltanto dopo avere ricevuto dalla madre un riferimento telefonico dove contattare i fuggiaschi.
Le richieste dei latitanti e la regia dal carcere
Dalle conversazioni emergono anche dettagli insoliti che fanno andare su tutte le furie Salvatore Pietro Gagliano. Il 15 giugno, quattro giorni dopo la sparatoria in cui sono rimaste ferite tre persone, l’uomo scopre che le mogli di due latitanti sarebbero state incaricate dai rispettivi mariti di far recapitare loro un completo Burberry e un paio di scarpe Valentino.
«Volete i completi, ma dov’è che dovete andare?», chiede Salvatore Pietro Gagliano al fratello Gabriele in una conversazione intercettata. «Ce ne stiamo andando perché ora non siamo più buoni, hai capito?», risponde quest’ultimo. Una spiegazione che non convince il detenuto, il quale rincara la dose: «Vi dovete mettere le tute, non i completi. Ma che vi state mettendo a giocare?». Dall’altro lato del telefono, però, Gabriele insiste: «Queste cose non le vogliamo per uscire… vita».
Dal carcere, Salvatore Pietro Gagliano si sarebbe attivato anche contattando la moglie affinché, al posto degli abiti eleganti, ai latitanti venissero recapitate delle tute sportive. «Vita, voi state giocando», ripeteva il detenuto. Poco dopo emergeva anche il presunto motivo della richiesta dei vestiti firmati. «Stiamo andando in questa casa dove ci sono due femmine e ci stiamo presentando più pulitelli», spiegavano i latitanti. Immediata la replica: «Ve ne andate dalle femmine invece di stare dieci, quindici giorni chiusi».
Le telefonate alla mamma e il cibo durante la fuga
I vestiti, però, non erano l’unico pensiero dei latitanti. Nelle carte dell’inchiesta compaiono numerosi riferimenti anche al cibo: dai cinque panini ordinati a domicilio a Siracusa fino a un pranzo domenicale, previsto per il 21 giugno, durante il quale si sarebbero dovute riunire le famiglie dei fuggiaschi.
Tra le persone più preoccupate per la sorte del figlio ci sarebbe stata la madre di Giuseppe Salici. La donna è stata intercettata più volte mentre gli chiedeva se avesse mangiato o se avesse bisogno di qualcosa. «Un po’ di frutta la vuoi?», domanda al figlio, che risponde: «Un poco di melone bianco puoi portare». In altre conversazioni si parla di due teglie di lasagne, ma solo con il ragù «fatto buono», chiedeva Salici alla madre. E poi delle cotolette. Il dubbio della donna riguardava soltanto la preparazione: «Le friggo qui e le porto pronte? Cioè, le ho panate… che devo fare?».